
“Che ci fai qui? Perché non sei al lavoro?”
La vecchia zia dalle idee antiquate, oggi in visita da mia madre, ha un concetto molto personale della vita che conduco, che non ho mai condotto secondo le sue aspettative.
“Ho partecipato a un convegno scientifico che si è concluso da poco.”
La zia non ha mai apprezzato il lavoro di ricerca e soprattutto che la sottoscritta nipote vi abbia dedicato la sua vita. Infatti replica:
“Ah, le tue solite cose! E di che avete parlato questa volta?”
“Di microplastiche.
“Proprio un argomento interessante! – mi sbeffeggia – Avete fatto belle scoperte? Ce n’è una interessante?”
“Che le piante le assorbono dal terreno, quindi le passano anche nel polline e gli insetti impollinatori le trasportano altrove. Le troviamo perfino nel miele.”
Questa volta è impressionata, si sente coinvolta.
“Avete trovato un rimedio?”
“Per ora è stato individuato il problema, Può darsi che in qualche laboratorio trovino presto una soluzione. Al momento non ce ne sono.”
L’espressione del suo viso è proprio buffa. Non era mai riuscita a interessarsi al mio lavoro, al lavoro di ricerca in generale. La successione delle azioni:
osservare
valutare
ipotizzare
sperimentare,
calcolare
e proprio alla fine trarre delle conclusioni, che possono essere molto diverse dalle ipotesi, le è sempre sembrata una perdita di tempo. Anzi, quando scelsi una certa facoltà universitaria dette il tormento a mia madre profetizzando per me povertà e zitellaggio, le peggiori condizioni possibili per una ragazza.
“Chi vuoi che la sposi? Una donna per essere amata si deve impegnare in attività di cura, non nella ricerca astratta. E poi lo sanno tutti che la scienza è cosa da uomini!”
Le avrei potuto rispondere raccontandole di scienziate famose, ma preferivo tacere, senza suscitare polemiche,
Mia madre mi assecondava nelle scelte, ma il giudizio della cognata la faceva soffrire, perché era rimasta vedova e temeva di non riuscire a sostenermi negli studi. Quando cominciai la mia attività nel laboratorio che ora dirigo, la solita zia domandò;
“La pagano bene?”
Le fu chiaro che non sarei diventata ricca, perciò concluse:
“Misera zitella! Sai che soddisfazione!”
Quando pubblicai il mio primo articolo su una rivista prestigiosa ero felice, ma lei non condivise:
“Sempre sola! Mai uno straccio di fidanzato!”
L’edificio nel quale operavo ospitava due laboratori che però non comunicavano: ricerche diverse, ingressi indipendenti e nessun contatto fra gli addetti, tranne che…
Galeotto fu per noi il caffè della macchinetta posta in un corridoio interno.
Avevamo le medesime idee e lo stesso entusiasmo, anche se io mi occupavo di cellule e lui di cavie.
Quando la zia seppe che mi sposavo, al solito trovò da ridire:
“Uno uguale a lei! Che brutta coppia!”
Siamo una coppia meravigliosa, abbiamo due figli meravigliosi e svolgiamo un meraviglioso lavoro, ricco di soddisfazioni. Siamo felici.
L’intelligenza scientifica non impedisce di realizzarsi come persone, in barba a tutte le vecchie signore che misurano il prossimo dalla capacità di incrementare il conto in banca, non importa con quali mezzi.
E comunque, anche se non siamo ricchi, non siamo poveri come aveva previsto la profetessa di sventure.
Mia madre oggi ha ascoltato la nostra conversazione sorridendo, senza intervenire. È una donna intelligente che mi capisce e mi ha sempre capita. È serena e la vecchia cognata non riesce più a tormentarla.

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