
<<Ti ho portato il caffè>> fece Luisa entrata nella camera <<Adesso ti apro la finestra>>
<< Che ore sono?>> biascicò Domenico sbadigliando e levandosi a sedere sul letto.
<<Sono le dieci passate. Ti ho svegliato perché so che vuoi cominciare presto a lavorare. Hai dormito bene?>>
<<Si mamma grazie. Adesso mi alzo >>
Dopo le mattutine abluzioni e dopo aver fatto colazione Domenico, avvolto in una confortevole vestaglia si recò nell’attigua stanza che aveva adibito al suo studio.
Si mise alla scrivania, accese computer e stampante, radunò i fogli bianchi e si mise al lavoro.
Quale era il lavoro di Domenico?
Si era laureato in lettere all’Università di Bari, discutendo una tesi incentrata sulla figura e sulle opere di Pier Paolo Pasolini, ma non aveva nessuna intenzione di dedicarsi all’insegnamento.
Durante gli anni dell’Università aveva avuto una breve supplenza in una scuola di secondo grado e ne aveva avuto abbastanza.
Troppa fatica, alzarsi presto, rispettare gli orari, preparare le lezioni, partecipare alle stucchevoli riunioni con la preside e gli altri docenti interessati soltanto alle rivendicazioni salariali.
E poi soprattutto quelle teste di legno dei ragazzi, smanettanti coi loro cellulari, riottosi ed impertinenti, ai quali non interessavano per nulla le forbite lezioni che cercava di impartire.
No, lui nella scuola si sentiva sprecato.
Aveva ben altre potenzialità.
Sentiva di potersi cimentare nella narrativa e arrivare, forse, a scrivere romanzi che avrebbero lasciato il segno nella letteratura italiana.
Prese contatto con il consulente letterario di una importante casa editrice e gli espose il suo progetto.
Avrebbe scritto un romanzo di ampio respiro imperniato sull’amore contrastato di una giovane di facoltosa famiglia con un emigrante di colore.
E sullo sfondo il dramma e le tragedie degli emigranti in fuga dalle guerre e dalla povertà, le pericolosissime traversate del mare, lo sfruttamento dei raccoglitori di pomodoro, il caporalato, la mafia, i capi bastone e tanto altro.
Non sarebbero mancati la denuncia e l’impegno sociale, una corposa tinta di giallo e una giusta dose di erotismo.
Lo ascoltò distrattamente il consulente che venne rapidamente al sodo.
<<Lo scriva questo romanzo>> lo congedò << e poi le faremo sapere>>
E così Domenico si era messo al lavoro, ma dopo un paio di settimane, a poco a poco gli venne meno l’ispirazione.
E allora ma, e questo non l’aveva detto al consulente, gli era balenate in mente un’idea rivoluzionaria.
Avrebbe scritto il romanzo utilizzando le meravigliose potenzialità dell’intelligenza artificiale.
Divise pertanto l’abbozzato romanzo in capitoli per ognuno dei quali tracciò brevemente il contenuto e poi, per l’effettiva stesura, si affidò all’intelligenza artificiale.
Dopo una decina di giorni, effettuati i necessari raccordi fra i capitoli, il romanzo era pronto.
Lo fece pervenire al consulente e rimase in fiduciosa attesa.
Leggiucchiò il romanzo il consulente.
Vi trovò personaggi senza spessore, situazioni scontate e prevedibili, tecnicismi letterari superati.
Un romanzo senza anima, senza una sincera partecipazione.
E diplomaticamente rispose:
<<Egregio signore, pur apprezzando il suo romanzo, siamo spiacenti di doverle comunicare che non rientra nella nostra linea editoriale>> le solite frasi che si scrivono agli aspiranti scrittori ma poi ritenne di dover aggiungere <<inoltre, ci perdoni, sembra che il romanzo sia stato scritto da un robot>>
Grande fu la delusione di Domenico che tentò con altri editori ricevendo sempre analoghe risposte.
E così, pur convinto delle sue grandi potenzialità non riconosciute da incompetenti ““Editorucoli” si dovette rassegnare all’insegnamento nelle scuole medie.

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