WEN – NARRATIVA- Palomar 2023 – Maria Dina Tozzi

la colpa è di Calvino se riceverai questa lettera. Se la leggerai e deciderai  di rispondermi, invece, la responsabilità sarà tua.

Caro S.,

Ho deciso di scriverla a mano e di mettere il mittente sulla busta, così potrai strapparla subito. Dubito che riconoscerai la mia scrittura: con gli anni è diventata frettolosa, inseguita da troppa memoria.

Il  cento anni dalla nascita di Calvino mi hanno spinto a rovistare in casa fra i vecchi Einaudi: quei libri eleganti, con le copertine telate e le bianche sopraccoperte semilucide che si lasciano accarezzare con rispetto.  Dallo scaffale più remoto, quello delle letture degli anni lenti, mai più riprese con la scusa che ormai sono datate, è sceso ‘Palomar’, il ‘tuo’ Palomar’, l’uomo senza requie nè risposte che ti affascinava tanto.

Ho avuto un tuffo al cuore. La copertina levigata mi ha riportato, intatta, la dolcezza della tua pelle: setosa come quella di un bambino. Non volevo mai smettere di accarezzarti la schiena.

Osservo l’incisione sotto il titolo. Ritrae un disegnatore che sta iniziando a tracciare l’immagine di una donna seminuda e voluttuosa. La guarda attraverso una cornice quadrettata che ne imprigiona il corpo e lo seziona. Per conoscerlo, per spiegarselo, senza farsi invogliare da quelle carni calde. Il ragionamento che guasta il piacere, dico io. La mente è anche pelle, toccata, vista, adorata, replicheresti tu.

Nel disegno ho ritrovato gli enigmi di Escher. Quelle mani, coi polsini e i gemelli che si disegnano, quelle scale impossibili a salire e scendere, quelle rane che diventano uccelli e poi ridiventano rane me le avevi raccontate, con mani agitate, alla nostra prima uscita. Geniale, avevo detto, ma inquietante.

Ricordi il nostro secondo incontro? Sei arrivato in ritardo con un libro di ottocentocinquantadue  pagine pigiato nella cartella di cuoio stropicciato come i tuoi capelli, i tuoi vestiti, i tuoi  pensieri. Lo avevi pagato sessantamila lire: una fortuna, per le nostre tasche deserte. Mi dicesti che parlava di tutte le imprese disperate del pensiero che, nei secoli, aveva continuato a salire e scendere gradini per trovarsi sempre al punto di partenza, creando un groviglio inestricabile, ma appassionante. Io guardavo il libro con angoscia. Sapevo che mi avresti chiesto di leggerlo ed ero sicura che, se l’avessi aperto, avrei saputo di non essere alla tua altezza. 

– E’ un libro di quelli che illuminano – mi avevi detto, porgendomelo, mentre la luce dei tuoi occhi si faceva toccare, da quanto era viva.

 Ero una coi piedi per terra, dicevo, pensavo e facevo cose mediocri. Andavo di fretta e non capivo bene che gusto ci fosse a guardare la vita da una cornice a quadretti.

Tu, invece, ti sollevavi facilmente da terra per rimanere sospeso su un ramo, come il gatto di Alice, lo Stregatto allucinato e strano. Come lui, dopo un po’, sparivi  nel tuo groviglio, lasciando nell’aria il tuo sorriso.

Allora pensai di aver avuto la fortuna di incontrare un genio e di poter adorare la tua intelligenza. Chissà, col tempo me ne avresti attaccata un po’.

Il librone è rimasto da me, lo sai? Te lo posso confessare, ora: non sono mai anadata oltre il primo dialogo fra Achille e la Tartaruga, a pagina trenta. Meno male che non mi hai mai chiesto. Ogni tanto mi guarda dallo ‘scaffale del senso di colpa’, dove tengo i libri che non leggerò mai. È il primo della serie. Ho deciso di liberarmene. Te lo rimando, se mi dici dove.

Posso chiedertelo, ora, che ci trovavi in una che non avrebbe mai avuto il coraggio di farsi troppe domande?

Mi ricordo ancora quando mi dicesti che avevo il corpo di una quindicenne. Ero felice: di anni ne avevo già trenta. Che le nostre pelli si riconoscessero senza sforzo, non c’è dubbio. Amavi con pacatezza, a volte esasperante, ma saziavi.

Fuori dal turbinio della mente e del materasso, eri una frana. Nessun senso pratico, nessuna capacità di non prendere la vita in faccia e  farti male. Incerto su tutto. E distratto, pericolosamente distratto. Te la ricordi la vacanza all’Elba quando venne giù il cielo e la canadese fu spazzata via nella notte? Avevi messo i picchetti al contrario e non avevi scavato la fossetta intorno alla tenda. Ci siamo salvati per miracolo da una valanga di fango.

 E la tua impossibilità di tenerti un lavoro per più di una settimana? Dicevi che ti stavano stretti, che ti sentivi soffocare, eppure non riuscivi a pagare le bollette di casa tua senza chiedere ai tuoi. Quando litigavamo, mettevi un CD di  Susan Vega o di Leonard Cohen a tutto volume e mi ignoravi.

 Non ci crederai, ma è anche per quella tenda crollata, per quelle bollette, per la noncuranza del quotidiano che ti ho lasciato. A te ho detto che eri troppo profondo per me, che coi tuoi amici, troppo intellettuali anche loro, mi sentivo a disagio. 

Vuoi saperla la verità? Semplice: il mio orologio biologico si era messo a correre all’impazzata. Avevo l’angoscia del tempo che passava e la certezza che non avrei mai potuto fare un bambino con te. Perché mi sentivo sola, immobile sul prato infinito del signor Palomar, perduta fra trifoglio, loglietto e dicondra a guardarti appollaiato sul tuo ramo e dileguarti ogni volta che c’era un problema.

Oggi, in vena di stoltezze, mi chiedo come sarebbe andata se mi fossi fidata della nostra pelle, se ti avessi parlato del mio bisogno di un figlio. Magari avremmo prodotto un bambino immenso osservatore  del creato e pure capace di montare una canadese come si deve.

Ho aperto il libro. In alto a destra, nella tua scrittura cuneiforme, c’è scritto ‘S, ‘83 dic.’. Sono passati quarant’anni esatti. Sotto  c’è un grande punto interrogativo disegnato con la stilografica nera che ti avevo regalato per il compleanno. Di sicuro perché, leggendo il romanzo, ti eri fatto domande inquiete, avevi partorito supposizioni cervellotiche, senza giungere a nessuna conclusione. Per cercare una strada nuova e sentirti parte cosciente dell’universo.

Il tuo Palomar me lo tengo. Tanto ormai il  dubbio ha preso anche me.

di Maria Dina Tozzi

2 risposte a “WEN – NARRATIVA- Palomar 2023 – Maria Dina Tozzi”

  1. Cara Maria Dina, hai scritto un racconto tenero e profondo, in una prosa che è ruscello di montagna.

  2. Maria Dina, la tua recensione è bellissima, piena di sentimento… mi fa piacere pensare come una lettura possa far scaturire ricordi, far nascere una nuova storia

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