Felice sia, chi vede gli affanni
nella Natura oltraggiata compagna,
chi vede i fianchi nudi alla montagna
e le bestie spelate dai malanni;
chi compiange una torre senza stormi,
chi vede un’erba soffrir nel cemento,
o rabbuiata, ne scorge il tormento,
chi vede un volto alle nubi difformi;
chi intravede nei vènti, l’intelletto
incorpòreo che feconda le piante,
chi dà un pensiero alle creature infrante
pei giochi fatui del nostro diletto.
di Daniele Ambrosini

Nota dell’Autore:
Nel secondo verso della terza strofa ho posto il primo accento forte in terza sede, cosa considerata non canònica dai puristi della mètrica, ma che ritengo funzionale al ritmo e ai vocàboli qui impiegati (Si ammette il primo accento fònico nella quarta o nella sesta sìllaba).

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