WEN – OSSESSIONE – Il consumismo del tempo – Barbara Orlacchio

Era come una smania di antecedere gli eventi.
Tutto ciò che facevo aveva un che di irrequieto: svolto nella più ritmica celerità, si affacciava a quel che veniva dopo. O almeno ci provava.
Aprivo il mobiletto del bagno scrutando i flaconi disposti in file regolari, aperti per il consumo uno per volta, naturale.
Ne prelevavo uno, quello dello shampoo, constatando che due terzi del contenuto si erano esauriti: evviva, quando si fosse svuotato del tutto avrei potuto acquistarne un altro per soppiantarlo.
Altrettanto dicasi per il detergente intimo, la crema per le mani, il docciaschiuma e i detersivi.
Provavo una sorta di insensata soddisfazione nel contemplare le dispense che si svuotavano, poi una eccitazione euforica durante l’ acquisto delle merci nuove e quasi un senso di ansia quando, ridisponendo le cose al posto delle precedenti, realizzavo che i mobiletti erano pieni. Di nuovo.
Ecco che riaffiorava l’ irrequietezza del consumo.
Era come se solo l’ esaurirsi di ciò che avevo mi autorizzasse ad accostarmi a qualcos’altro.
Non posso dire diversamente del mio rapporto col tempo: scalavo i numeri ordinali che scandivano i mesi con una sorta di ansietà, come pure aspiravo l’ aria a boccate come una tossicomane al rintocco delle ore, quasi a scandirle fisiologicamente.
Era sempre tutto troppo lento. Gli altri erano lenti. Si attardavano, indugiavano: invece io andavo veloce. Avevo fretta.
Di far cosa, di andar dove, non saprei. A ogni modo ce l’avevo.
L’ ultimo giorno del mese lo pre-concludevo girando simbolicamente il foglio del calendario, sicché per me quello a venire scoccava sempre una manciata di ore prima.

Sennonché si profilarono degli eventi a sbaragliare i miei rituali. Due.
In primo luogo, ebbi un’emorragia uterina che mi gettò nel panico.
L’ ipocondria si impadronì di me: nel mio immaginario, prima ancora che mi fosse sentenziato qualche malanno incurabile, avevo i giorni contati.
Doveva trattarsi necessariamente d’una qualche forma di tumore inesorabile, magari metastatizzato.
Come non fosse sufficiente, i telegiornali cominciarono a martellarci con notizie di guerra.
I giornalisti e i politici ventilavano lo spettro dell’ atomica e si facevano sgusciare via dalle labbra la dicitura”Terza guerra mondiale”.
Dunque, qualora non fossi morta per il cancro, sarei finita sotto le macerie di casa mia, dato che il conflitto russo-ucraino si sarebbe ineluttabilmente esteso e ci avrebbe annientati.
Fu allora che cominciai a custodire le ore e i giorni come qualcosa di prezioso, da sorseggiare come si fa con un the speziato alla cannella; a centellinarle come chi cava da tasca uno spicciolo per volta, avendo quasi dato fondo a tutto il patrimonio.
Smisi di occuparmi dei flaconi, di ansimare le spese, di rincorrere le lancette dell’ orologio e i fogli del calendario.
La mia trepidazione di precorrere l’ avvenire si acquietò. Per un po’.
Come appurai di non essere moribonda e presero ad affacciarsi opzioni diplomatiche alla guerra la giostrina ripartì.

di Barbara Orlacchio

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