Per l’apparecchiatura della tavola delle feste, lanciava due parole: «La fiandra». Da dove la tirasse fuori non so, ma sulla tavola ondeggiava e si depositava un’immensa tovaglia bianca con disegni tessuti. Con quelle due parolette usciva fuori antichità e bellezza. «La fiandra», ed era come se nella Torre di Londra, dicessero: «tirate fuori la tiara Queen’s Mary ».

“Piccola e rotondetta”era la definizione che dava di sé stessa. «Un metro e cinquanta più due sotto i piedi» affermava mio padre per ingigantirne le doti.
Aveva i capelli grossi e crespi, color “castagna” diceva, non castano o marroni, castagna, davano un po’ sul rosso. Li teneva corti e due o tre volte l’anno faceva la permanente, per Natale e per Pasqua quando compariva anche la tovaglia di Fiandra e sicuramente per l’estate prima di partire per le vacanze. Nell’intervallo li governava con l’olio d’oliva.
La sua giornata iniziava sempre prestissimo, alle sei era già vestita di tutto punto, profumata di “Palmolive”. Preparava il caffè per mio padre e mentre lui si vestiva, apriva le finestre, d’estate e d’inverno. Sette finestre al primo piano, le altre, al piano di sopra, le avrebbe aperte dopo, al nostro risveglio. Alla prima finestra, si fermava, apriva gli scuri e poi le ante. Lo faceva con gesti morbidi ed esatti. Senza fretta. Si voltava, una stiratina alle tende col palmo della mano, controllo in controluce che tutto fosse a posto. Quando arrivava all’apertura del salotto, si girava nel corridoio per giudicare dalla luce, il meteo della giornata: “oggi sole”, “oggi nuvolo”, “oggi freddo cane”, “ oggi tempo da neve” e così era. Saliva le scale con ciabattare calmo, apriva le porte e si dirigeva verso le finestre, ad alta voce ci annunciava l’inizio della giornata con la stessa frase ripetuta per tre volte senza modificarne né timbro né inflessione. Cambiava solo il messaggio meteo: «Buongiorno tesoro, oggi sole». Oppure: « Buongiorno tesoro oggi copritevi, fa un freddo cane».
«Uno, due e tre». Da quando ho memoria, lei, contava tutto. Uno, due e tre erano, di solito, il numero delle azioni che compiva. Sempre gli stessi numeri. Quindici gradini per ogni rampa di scale. Novantatré in totale, sempre quelli ma ogni volta nuovi nell’atto di contarli. Faceva parte del suo modo di essere, contare ad alta voce e schermirsi se qualcuno la smascherava in quell’atto. All’apparenza, per tutti, sembrava numerare qualsiasi cosa e qualsiasi azione. Nella realtà metteva in funzione una specie di metronomo, lento e cadenzato per battere il tempo delle sue giornate. Apriva la credenza, prendeva una pentola « Uno, Due» la posava sul piano del tavolo «E tre». Anche le sue ricette di cucina erano “numeriche” ma non basate sui grammi della bilancia: centodieci fagiolini verdi, piatti, quelli teneri senza filo; uno o due spicchi d’aglio,uno,due,tre,quattro cucchiai d’olio ma abbondava; nella velocità con la quale riempiva il cucchiaio e rotava il polso, ne colava dell’altro ma non rientrava nel conteggio. Uno, due, tre, quattro e cinque pomodori pelati e poi « Eccofatto». Non “Ecco, fatto”. No. Tutta una parola, come tutto d’un fiato. Metteva tutto in pentola, prendeva il coperchio e controllava almeno un paio di volte che aderisse bene al bordo. Il gesto, non aveva alcuna utilità in sé se non quella di un ulteriore controllo, sulla pentola come su tutto. Anche quando si fermava, lo faceva come per aggiornare una sua numerazione. Si passava il palmo delle mani sul tessuto della gonna. La lisciava dai fianchi alle cosce, si piegava in avanti per raggiungere le ginocchia e solo allora si sedeva. Sul viso la soddisfazione di chi aveva assolto un incarico gradito, per scelta, non perché assegnatole dal destino. Era contenta di fare la moglie e la mamma. Non avrei mai detto che avesse potuto desiderare altro.
di Leonilde Casale

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