Il giornalista ascoltava la ragazza visibilmente in imbarazzo, senza il coraggio di guardarla negli occhi per non leggervi i segni della follia. D’altronde quello che se stava raccontando era già folle, senza ombra di dubbio.
«Dunque» disse l’uomo quando il fiume di parole che lo aveva investito era diventato un rivolo e poi si era asciugato del tutto «Mi faccia riassumere la situazione: lei dice che ogni notte viene visitata da… insomma da…»
«Alieni» ripeté la ragazza, che a quanto pare non aveva paura a usare le parole «esseri di altri mondi.»
«Alieni, già… e questi alieni fanno l’amore con lei, tutte le notti, contro la sua volontà…»
«All’inizio era un vero e proprio stupro» disse lei ricominciando a piangere «mio dio che paura ho avuto, che mi facessero del male, che mi friggessero il cervello con qualche sonda, che mi vivisezionassero lì in camera mia, che mi costringessero a fare cose indicibili… ma volevano solo fare sesso con me: lo fanno proprio come noi, anche se il loro “coso” è diverso da quello degli uomini, per forma e colore. Eppure in qualche modo è stato possibile.»
«Ma come erano questi alieni? Somigliavano ai Grigi, ai Rettiliani o ai Nordici?»
«A nessuno di questi. Mi sono documentata sa? Ho letto molti libri sui cosiddetti incontri ravvicinati. Immagino ci siano tante razze nell’universo, è così grande, ci sono così tanti pianeti… ma quelli che sono venuti da me non assomigliano a ET o a quegli omini con la testa enorme, anzi non sono nemmeno umanoidi. Non hanno una testa, delle braccia e delle gambe. Sono più simili a un blob verde, fluido, semiliquido… disgustoso.»
«Dunque sono lontanissimi non solo dall’uomo, ma anche dalle altre specie terrestri; non assomigliano a nessuna forma di vita conosciuta…»
La ragazza si fece pensierosa.
«Forse un po’ alle amebe, ma grandi più di un uomo. Riuscivano però a passare da sotto la porta e dalle serrature, come se fossero liquidi. Era del tutto inutile chiudermi a chiave, quindi alla fine ci ho rinunciato.»
«Mi ripeta, quando sono iniziate queste visite?»
«Sei mesi fa; saranno sei mesi precisi il prossimo mercoledì.»
«C’è una cosa che proprio non mi torna, mi scusi: se sono così diversi da noi, perché desideravano accoppiarsi con lei? E soprattutto: come hanno fatto a metterla incinta?»
La ragazza si accigliò, asciugandosi le lacrime a un fazzoletto di carta.
«Lei non crede a una sola parola di quanto le ho raccontato finora, vero?»
«Non ho detto…»
«Eppure è tutto vero, com’è vero che temo il rapimento di mio figlio, quando sarà il momento del parto. Lo porteranno nella loro astronave, non so cosa vogliano fargli, vorranno probabilmente studiarlo come una cavia. È troppo orribile! No, non voglio pensarci. Non so come sarà mio figlio, neanche se sarà umanoide, ma non voglio lasciarlo a degli esseri così…»
«Così…?»
«Così schifosi!», urlò quasi la ragazza, ricominciando a piangere. Il giornalista del quotidiano locale si rese conto che c’era qualcosa di terribile in quelle parole, di folle soprattutto. Così, si limitò a prendere nota delle cose che quella poveretta gli aveva detto e la lasciò andare. Lei, attorniata a questo punto da uno stuolo di rappresentanti della comunicazione (s’erano affrettati perfino i ragazzi dei vari blog cittadini specializzati in “senzazionalismo” (come recitavano alcune delle testate che li rilanciavamo sia su facebook che su twitter e tik tok), riuscì a malapena a farsi largo e abbandonare quella saletta troppo stretta e anche un po’ pericolosa in tempo di Covid. Ma non fece in tempo a soffermarsi un attimo nel corridoio che l’avrebbe portata all’uscita dalla sala stampa dell’ordine dei giornalisti, che fu fermata da uno di quei giovani di un blog rivolto ai più giovani, agli adolescenti in particolare. La faccia di lei e lo sguardo erano tuttora quelli di chi è invaso da una specie di messaggio subliminale, di un folle, insomma. «La prego», le si rivolge il giovane del blog, indirizzando la telecamerina del suo cellulare verso la faccia di lei, «ripeta alcune delle cose che ha detto in sala stampa, anche per noi giovani. Non immagina la curiosità che sta circolando nelle scuole, negli ambienti sportivi giovanili, su questa faccenda del sesso con gli alieni…». Il ragazzo riuscì a trattenere la risata che gli sarebbe salita spontanea sulla bocca al solo pronunciare quella frase. Ma fu fortunato. La ragazza lo guardò come in trance, e ripetè pari pari quello che poco prima aveva detto al più quotato giornalista, ben conosciuto nell’ambiente cittadino. Il ragazzo stette attento a non sbagliare la ripresa di tutto il fisico di quella ragazza, abbastanza in carne e sufficientemente formosa per suscitare gli appetiti dei suoi coetanei. Perfino la pancetta, che ormai si notava a tendere la stoffa della minigonna piuttosto audace che indossava, rendeva ancora più intrigante l’effetto che quella ripresa doveva produrre sui suoi abituali visitatori.
A questo punto la ragazza, convinta di avere seminato quei petulanti personaggi che, in forme diverse, sembravano reinventare la figura di altri tempi del “paparazzo”, imboccò con decisione il portoncino che la portava fuori da quella ressa in cui, incautamente, si era fatta rinchiudere.
Ma non fece che pochi passi che fu fermata da un paio di persone, un uomo e una donna, che si qualificarono come i rappresentanti della radio locale più seguita in città, i quali non intendevano farsi sfuggire l’occasione di far sentire la voce della “ragazza del sesso con gli alieni”, come ormai cominciavano a chiamarla. Lei, ancora presa dal sacro furore che l’aveva portata a raccontare in quella forma esplicita ciò che, da alcuni mesi le capitava ogni notte, disse loro chiaramente che non ne poteva più di ripetere quelle cose. Li guardò con una faccia che alla donna sembrò davvero strana e ossessionata da quella storia di sesso “alieno”. «Possibile che questa pensi di raccontarci che fa sesso con questi strani esseri ogni notte da più di sei mesi? O è matta, o ci prende per i fondelli», pensò tra sé, senza tuttavia azzardarsi a pronunciare un discorso del genere. La cosa era ormai montata in città e il mestiere imponeva di fare ascoltare dal vivo la voce di questa strana protagonista. «Non ci deluda, signorina», fu quello che disse, squadrandola meglio da vicino e provando perfino un po’ di invidia per un fisico niente male di quella mezza pazza. Ancora una volta la ragazza tentò di sottrarsi all’altoparlante che già le stavano sottoponendo e alle domande con cui la incalzavano. Lei stava muta e respingeva, come poteva, le richieste di parlare. E tentò di incamminarsi per la sua strada. Il giornalista, che aveva sudato le classiche sette camicie per portare la radio ai massimi ascolti in città, non intendeva certo farsi snobbare dalle riprese sui social di quei ragazzini che l’avevano intervistata. Così buttò giù l’ultima carta. «Signorina, se fa un bel racconto come poco fa anche per noi, le possiamo dare almeno cento euro per il suo disturbo». La ragazza lo guardò come avrebbe potuto fare una nobildonna offesa da una offerta in denaro. Ma il giornalista non si fece intimorire e raddoppiò l’offerta fino a duecento euro. Quando, non scoraggiato dallo sguardo allucinato della ragazza, le offrì quattrocento euro e tirò fuori, aiutato dalla collega, le monete promesse, ottenne anche lui il suo bel racconto, condito dei particolari già dichiarati sul “coso” degli alieni e quant’altro su quello che succedeva ogni notte nella sua camera.
Convinta di aver esaudito il desiderio di notizie di tutti, la ragazza si avviò finalmente a imboccare la strada di casa. Ma si illudeva. La tv locale, che aveva speso fior di centinaia di migliaia di euro per costruire il più bello e tempestivo dei notiziari cittadini e non solo, non intendeva per nessuna ragione farsi sfuggire l’occasione di far parlare quella che quel giorno era l’autentica protagonista della cronaca locale. La ragazza fu rincorsa da una vera e propria troupe che la circondò e la costrinse ad aspettare la famosa giornalista addetta alle cronache più vivaci e piccanti sui fatti cittadini. Istruita dal giornalista della radio, non mise tempo in mezzo, anche perché tra non molto doveva montare il servizio per l’edizione della sera, e offrì cinquecento euro alla ragazza per l’intervista e il racconto di prassi. A settecento la ragazza cominciò a rispondere alle domande, con particolari («quando riescono a penetrarmi, la materia del “coso” tende a consolidarsi come quello degli umani»), che non aveva dichiarato a nessuno degli intervistatori precedenti. La giornalista avrebbe emesso gridolini di gioia, se non fosse stato sconveniente per la serietà del servizio.
Ora era finito sul serio quel vero e proprio assedio. Affrettò il passo verso casa e si meravigliò lei stessa che più nessuno la stesse seguendo.
Quando finalmente aprì il portone del palazzo di casa sua, trovò ad aspettarla una signora, che già altre volte aveva avuto modo di lamentarsi con lei.
«Io non voglio certo dirle come deve comportarsi, signorina», attaccò appena furono vicine, «le chiedo solo di pregare quegli energumeni che tutte le notti entrano nel suo appartamento di fare…quello che fate, con un po’ di discrezione, senza tutti quei mugolii e quei sospiri ad alto volume che sveglierebbero perfino un morto…la prego signorina. La sua è una vera e propria ossessione. Qualche volta, per piacere, resista e ci lasci una sera in pace!»
Vista l’ora, la ragazza sembrava solo avere fretta di rientrare in casa per mangiare qualcosa e prepararsi per la serata che l’aspettava. Così tirò fuori un paio dei biglietti da cento euro che aveva riscosso dai giornalisti e li allungò a quella signora.
«Ognuno ha l’ossessione che si ritrova, signora. Se ne faccia venire una anche lei!» E si incamminò verso il piano superiore, a casa sua, nel più assoluto silenzio.


Rispondi