Non è stata una decisione semplice, in questa casa abbiamo trascorso molti momenti belli e venderla mi mette una strana agitazione addosso, ma adesso la mia vita è lontana da qui, il cuore, il lavoro, gli amici, e da certe situazioni ormai pianificate non si torna indietro facilmente. Quando arriva il probabile acquirente, lo accolgo sul pianerottolo, all’uscita dell’ascensore. Ugo è un tipo tarchiato con i capelli radi e buffi occhialini tondi, mi ricorda Gramsci e non riesco a collocarlo nel tempo, potrebbe avere trent’anni, come settanta. Ci salutiamo stingendoci le mani, la sua è fredda e sudaticcia e lui sembra scusarsene con un sorriso timido. Entriamo nel salone principale, i mobili sono ancora tutti lì, non ho portato via niente, la madia di legno intagliato, i divani foderati di rosso, il tappeto scuro sulle mattonelle di gres verde bottiglia, quelle dove mi sedevo a giocare con le piccole auto a retrocarica, le prime che si vedevano in giro, e che mio padre, rappresentante di liquori, mi portava dalle città che visitava. In quell’atmosfera statica sento ancora dalla cucina la voce di mia mamma che mi chiama per la cena, con quel tono amorevole che non ho mai più ritrovato in tutta la mia vita. Ugo si guarda intorno, io osservo la grande poltrona di pelle consunta ancora in quell’angolo dove stava sempre mio nonno, che ora vedo alzare la mano e salutarmi, austero e fiero, coi suoi piedi corti e le dita rimaste là, nel freddo in Russia. Non ne parlava mai, troppo dolore, ma la sua sofferenza gli aveva allargato il cuore, e lui era l’uomo più buono che io abbia mai conosciuto, con tutti in ogni occasione. Era stato lui a cedere le terre intorno casa a chiunque ne avesse avuto bisogno e in molti lo ricordavano ancora con affetto. Con Ugo ci spostiamo in camera, gli mostro la bella vista infinita, fino al mare lontano, mi volto e vedo l’immagine di nonna Piera seduta alla toeletta a pettinarsi i lunghi capelli bianchi fino a farne una treccia massiccia che infine raccoglie in un crocchio sulla nuca piccola e delicata. Le sorrido e lei mi ricambia con quel suo verso come se chiamasse un cucciolo di gatto. Ugo mi precede fino allo studio di mio padre, entro in punta di piedi, come ho sempre fatto, i suoi conteggi serali non dovevano essere disturbati. Il suo ricordo se ne sta ancora lì alla semi oscurità della lampada fioca sul tavolo possente di mogano, spalle curve e mani sporche di inchiostro seppia, il suo preferito. Ugo è soddisfatto, la casa è perfetta, dice. Io lo so. Mi farà sapere a breve. Lo congedo sulla porta che richiudo pesante. Mi volto, solo e silenzioso, mi dirigo al mobile basso in legno, lo apro. Ecco le mie macchinine, prendo quella blu, la mia preferita. Mi siedo spalle al muro e la lancio veloce verso il divano. A metà strada Carlo la ferma col piede e mi guarda. Carlo, mi sei mancato molto, manchi tanto anche a questa casa, e io vorrei restare a giocare per sempre qui con te Carlo, noi due quasi gemelli, quasi uguali, quasi uno solo. Tanto lo so Carlo, alla fine resterò qui. Questa casa siamo tutti noi.

di Serena Taccagni

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