Di Massimo Acciai Baggiani e Renato Campinoti
Zio e nipote stavano camminando nel giardino dello Stibbert, a Rifredi. Era una giornata autunnale, coperta, fresca. Il foliage era stupendo; sia l’uomo che il bambino ne coglievano la bellezza un po’ malinconica, struggente, seppure in modo diverso. L’uomo, uno scrittore disoccupato con tendenze depressive, vi vedeva simboli di morte e nascondeva il suo stato d’animo al bambino, che invece vi vedeva i colori accesi della sua stagione preferita, non fosse altro perché comprendeva il suo compleanno e una festa come Halloween, ormai accettata anche in Italia.
«Zio» disse il bambino prendendo la mano sinistra dell’uomo che pendeva inerte accanto alla borsa a tracolla. «Zio, mi racconti una storia?»
L’uomo pensò a qualcosa di adatto a un bambino delle elementari, ma non trovò nulla nella sua pur varia produzione. Decise di improvvisare; gli dispiaceva deludere il nipotino.
«Allora, c’era una volta… un gatto!»
«Era il Gatto con gli Stivali?»
«No, dico, guarda quel gatto» e indicò un micio proprio nel mezzo del sentiero in mezzo agli alberi. Era un gatto bianco, con la coda nera. Li guardava intensamente, come se volesse comunicare qualcosa.
«Vieni micio! Micio micio!» lo chiamò l’uomo, stendendo la mano e sfregando pollice e indice. L’uomo amava i gatti.
«Graffia?» domandò il bambino, un po’ intimidito.
«No, stai tranquillo. È buono.»
L’animale più che buono era enigmatico. Rimase qualche minuto a guardare i due umani, quindi si voltò, con la coda alzata, e si incamminò verso il laghetto col tempietto egizio, dove stazionava un altro gatto tigrato, disteso a sfinge su uno dei grossi corrimano di pietra. Anche il secondo felino aveva un aspetto misterioso.
«Sai che gli egizi adoravano i gatti come divinità?» disse l’uomo.
«Davvero zio? Avevano un dio con la testa di gatto?»
«Sì, la dea Bastet.»
Intanto i due si erano avvicinati al laghetto, coperto di ninfee, dove nuotavano delle testuggini e dei grossi pesci rossi. Il gatto del tempietto si alzò, si stirò e sbadigliò, segno che era a proprio agio. In quel mentre l’uomo notò un terzo gatto, sceso da un albero sul sentiero. Un quarto e poi un quinto lo seguirono, spuntando dalle siepi. I nuovi arrivati erano grigi, simili a certosini. Nessuno di loro aveva un collare o qualche segno che attestasse il fatto che non si trattasse di randagi.
D’un tratto l’uomo si rese conto che non c’era nessun altro nel parco; solo loro e quella strana colonia felina, che si stava accrescendo con l’arrivo di altri tre gatti, tutti e tre rossi.
«Ma quanti sono zio?» domandò il bambino stringendo la mano dell’uomo. I gatti si erano piazzati tutti quanti sul sentiero; metà davanti a loro e metà dietro. Li avevano circondati. Dal tempietto egizio sbucarono le teste di altri felini. Ad un certo punto iniziarono tutti a miagolare, contemporaneamente.
L’uomo cominciò a innervosirsi. Pensò che, presi singolarmente, i gatti sono animali deliziosi; lo sono anche in numero ridotto, ma quando sono tanti hanno qualcosa di inquietante,
come se volessero trasmetterti ansia e paura. Lo zio capisce che il nipote comincia ad avere davvero un po’ paura di quella situazione. Guarda più attentamente i gatti che si sono avvicinati a loro. Il miagolio comincia a diventare davvero inquietante. A lui ricordano il miagolio insistito e anche apparentemente rabbioso che faceva Libero, il gatto che aveva adottato quando abitava in quella stanza sopra i tetti e che aveva preso l’abitudine di andarlo a trovare ogni sera per divorarsi il piattino di rigaglie che si faceva preparare dal macellaio sotto casa. E che confusione che faceva quel gatto se lo zio, preso dall’ultimo romanzo (che tempo quando la vena funzionava e i lettori crescevano!), non scendeva neppure di casa. «La fame! Ecco cosa è che muove tutti questi gatti», pensò lo zio e lo disse anche al nipotino. “Si, ma perché tutti insieme?” Gli venne di pensare. L’uomo guardò più attentamente quei gatti e notò che alcuni avevano il muso ei baffi sporchi di rosso come se fosse stato…«sangue! E’ sangue quello che hanno leccato!». Come se avesse intuito il pensiero di quell’uomo, un gatto cominciò a muoversi verso il boschetto lì vicino, seguito anche dagli altri gatti e, naturalmente, dallo zio e dal nipote, che stringeva sempre più forte la mano dell’uomo.
Tutti i gatti si mettono a correre fino a che, nascosto tra le frasche, appare il corpo di una donna piuttosto anziana, con accanto un cesto che doveva contenere il mangiare di quei gatti. L’uomo capisce che si tratta di una di quelle donne che si prendono cura dei gatti randagi e li rifocillano con gli avanzi che raccolgono nei negozi dei macellai. «Un po’ come facevo io con Libero», dice lo scrittore al nipote per spiegare che si tratta di una gattara. Dal cattivo odore che comincia a farsi sentire, si capisce che deve essere passato già qualche giorno da quando quella donna è morta. Da una osservazione più attenta si vede che qualcuno ha spaccato la testa della donna con qualcosa di duro e pesante, facendo fuoruscire sangue e materia cerebrale. L’uomo è preoccupato per gli effetti che può avere sul nipotino quella scena. Si sente stringere ancora più forte la mano, immagina il turbamento del piccolo, il quale si decide a parlare.
«Guarda zio, vedi quell’impronta di scarpa lì vicino?». Lo zio, meravigliato, osserva più attentamente quello che indica il bambino. «E’ di una marca molto costosa. Sono pochi quelli che se le possono permettere».
«Bravissimo, sapresti riconoscerle quelle scarpe, se le vedessi addosso a qualcuno?» Il bimbo fa segno di sì con la testa. Nell’uomo scatta qualcosa. La passione per il giallo comincia a risalire da una profondità dove si era nascosta. Zio e nipote decidono di dare un’occhiata intorno alle villette che si alternano nella salitella di Montughi.
Devono passere almeno due ore, che la gente cominci a ritornare verso casa, ma poi succede. Uno di quelli che parcheggiano il fuoristrada da decine di migliaia di euro fuori della villetta, indossa proprio il tipo di scarpa la cui orma il nipote ha notato accanto al cadavere della povera gattara. Deve essere stato tanto l’odio per gli animali per compiere un atto così crudele, magari per il solo fatto di non essere disturbato da un po’ di miagolio. «Io che mi posso permettere di vivere quassù, lontano dai rumori della città e dalle lamentele degli inquilini, figuriamoci se mi faccio rompere le scatole da una vecchiaccia che viene di quando in quando a rifocillare questi gattacci», deve aver pensato quell’uomo.
Non resta che andare insieme, zio e nipote, da bravi parenti, dai carabinieri e raccontare loro tutto quello che hanno scoperto.
E’ ormai passato un anno. Zio e nipote sono insieme in Piazza della Repubblica, il bambino sulla giostra, l’uomo in attesa della fine del giro. Poi il bambino chiede di andare a bere al bar sotto il loggiato. Passano davanti alla libreria e il bambino si arresta davanti alla vetrina. Dove, tra le novità, fa la sua bella figura il giallo “La gattara”, dove spicca la foto dello zio nella copertina. E’ tornata la vena, sono tornati i lettori, se ne è andata la depressione. Lo zio guarda il nipote che gli stringe la mano orgoglioso di lui. Lui pensa a quanto debba a quell’impronta sul terreno che il nipote ha scovato!
Firenze – Sesto Fiorentino, 17-18 vendemmiaio ’30 (8-9 ottobre 2021)


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