WEN – PASSIONE – C’è un tempo per ogni cosa – Giovanna Checchi

Alla mia amica Bernadette Majorana, con affetto e stima.

“C’è un tempo per capire,
un tempo per scegliere,
un altro per decidere.
C’è un tempo che abbiamo vissuto,
l’altro che abbiamo perso
e un tempo che ci attende.”
Seneca        

C’E’ UN TEMPO PER OGNI COSA

Ettore era stato sempre uno studioso serio, dedito alla ricerca, riservato. Forse fin troppo. Della sua vita privata non si sapeva niente. La sua dimensione più intima, più privata, pareva non esistere. Addirittura non essersi mai manifestata. Possibile che un uomo rinunciasse a una parte così importante della propria esistenza? Frequentandolo e osservandolo con attenzione, però, pareva non soffrirne. Non sembrava, infatti, dare peso agli affetti, ai sentimenti. Meticoloso, sempre puntuale, Ettore conduceva una vita da perfetto scienziato, scandita dai giorni di lavoro intenso alternati a quelli festivi in cui si riposava. La domenica gli piaceva leggere, passeggiare, osservare il tramonto, perdersi in sogni e progetti. La sua vita sembrava incanalata in un binario che lo avrebbe portato lontano, grazie alle sue spiccate attitudini: la fervida intelligenza, l’approccio geniale a ciò che studiava, la spiccata bravura nel calcolo. Avrebbe avuto un successo dopo l’altro, fino al Nobel probabilmente.

Invece il meccanismo perfetto si inceppò, improvvisamente. Per amore.

Incontrò Judith un tardo pomeriggio di una domenica di settembre, in uno dei più bei parchi pubblici di Roma. Lei era seduta, da sola, su una panchina. Bella, bellissima, vestita di azzurro con un delizioso cappello di paglia dal nastro dello stesso identico colore dell’abito. Ettore la notò subito ma si sentiva troppo timido per rivolgerle la parola. Allora decise di comprare una granita e di sedersi nella panchina di fronte, per ammirarla. Fu lei, dopo qualche minuto, a rompere il ghiaccio. Gli chiese, con un marcato accento americano, dove avesse comprato la coppetta. Lui le indicò il chiosco in fondo al vialetto. Judith si alzò, andò al chiosco e al suo ritorno si sedette sulla panchina dove era seduto lui, al suo fianco. Iniziarono a parlare, a ridere, a fare conoscenza. Lei gli raccontò di Boston, la sua città, e dell’amore per l’arte italiana che l’aveva spinta ad aggiudicarsi una borsa di studio sull’architettura rinascimentale. Lui preferì non parlarle del suo lavoro, troppo difficile da spiegare, e quindi scelse come argomento qualcosa di più frivolo: la granita. Disse che ciò che si poteva gustare a Roma non aveva niente a che fare con la prelibatezza di quelle autentiche, siciliane. In Sicilia, che era la sua terra d’origine, sì che potevi toglierti la voglia della granita! Iniziò a raccontarle delle migliori gelaterie di Catania e l’elenco delle differenti specialità (alla mandorla, al gelso, al caffè, con panna, senza panna…) fu così lungo che non si resero conto che il sole stava già tramontando. Ma come? Avevano fatto così tardi? Il tempo era volato! Iniziarono a camminare verso l’uscita più vicina, avvolti dalla luce del tramonto, e si promisero di rivedersi la domenica seguente. I loro incontri domenicali si susseguirono per mesi e naturalmente furono la linfa che dette un sussulto, un’insperata sferzata di energia, alle loro malinconiche vite. Lei, nostalgica di Boston, trovò in lui, lontano da Catania, inizialmente una presenza amica, affidabile, che la comprendeva perfettamente. Poi, nel giro di qualche mese, il loro rapporto prese un’altra forma. La passione li travolse, al punto di ideare una fuga insieme. La famiglia di lui, infatti, non avrebbe mai accettato un’ebrea bostoniana, oltretutto più vecchia del marito e già con un divorzio alle spalle. La famiglia di lei non avrebbe tollerato facilmente che il soggiorno romano, che sarebbe dovuto durare soltanto un semestre, diventasse una dimensione stabile, una scelta di vita “for ever”. L’unica soluzione era fuggire, finalmente liberi, lontano dalle rispettive famiglie e dagli obblighi sociali.

 Avrebbero continuato le loro esistenze lontano da Catania, da Boston, dalla Città Eterna dove il destino li aveva fatti incontrare. Il mondo era tanto grande… Studiarono tutto nei minimi particolari: tempi, coincidenze di treni e traghetti, caselle postali in cui inviarsi lettere, identità e documenti falsi con i quali viaggiare e soggiornare negli alberghi. Infatti, per non destare sospetti, decisero di allontanarsi separatamente, in giorni differenti. Si sarebbero poi incontrati all’estero, lontano da occhi indiscreti.

 La famiglia di Judith non si rassegnò facilmente alla notizia della misteriosa scomparsa della figlia. Il padre, che era un ricco banchiere, assoldò i migliori investigatori privati ma non riuscì mai a sapere la verità. La scomparsa di lui invece, il 27 marzo 1938, ebbe un’eco internazionale, tanto da diventare un “caso”. Tante, troppe, le supposizioni che vennero fatte: chi ipotizzò il suicidio, chi il rapimento o la fuga volontaria verso un Paese straniero interessato ai suoi studi sul nucleo atomico, chi addirittura suppose una crisi mistica che lo avrebbe condotto all’autoreclusione in un convento. Quante illazioni inconsistenti, fuorvianti e inutili! Se soltanto fosse stato interrogato Giggetto, il venditore di granite di Villa Borghese…

di Giovanna Checchi

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