WEN – PAURA- Roma reagisce come può – il7 – Marco Settembre

Porta Maggiore- Roma

– Ma che discorsi..! Certo, la speculazione sui feti cosmici come ambulatori

residenziali ha portato a un aumento esponenziale di pseudo-asteroidi neonati abitati da gente che o pedala per produrre elettricità oppure si accoppia in continuazione per creare mostri che saranno il mangime per gli operai asiatici, ma ciò non toglie che a Roma un vero progresso non c’è. Il tipico essere umano-rimasuglio, a Roma, è sempre sull’orlo dell’ictus. Oggi s’è visto: aero-tram schizoidi bloccati per un passeggero idiota colto da malore su un autobus anni ’70 che ha chiuso il binario dei vetero-tram trancia-pedoni a Piazza Vittorio. A Porta Maggiore il caos, nel senso che Porta Maggiore è diventata un rebus spazio-temporale: secondo la Sovrintendenza, non è mai esistita. E non si sa se la Sovrintendenza con questo intenda sé stessa, Porta Maggiore o il clone 44 della M*****. Ma sempre a proposito di ictus, ieri qualcun altro s’è sentito male sulla linea A, era per una colossale paura, anche s’è detto che nella Metropolitana non si può fare spazio per Marte neanche se lo miniaturizzano un pochetto. Ma insomma… È tutta una logica cosmica che lascia a desiderare; questo, perché nelle spedizioni Usa-Turchia verso le altre galassie hanno dato il via libera come astronauti di riserva anche agli italiani, che Roma la odiano; e Roma accusa il colpo e si blocca tutto.

– Eh vabbè, vi arrendete presto – fece lo psicopatico fattorino della catena di servizi alimentari Stronka-Fegato.

– Mah, sai, è questione di come si legge il fenomeno. La signora Tiziana ha visto qualcosa venuto dallo Spazio amputare di netto un braccio a suo marito, il sangue ha ritinteggiato tutto il loro appartamento, e lei irrazionalmente se n’è andata in giro a urlare di paura per tutto il quartiere, e tutti dicevano “No, adesso abbiamo da fare, scusi”, finché un tale tracagnotto con la pelle avvizzita da contadino, che abita poco lontano, l’ha bloccata e le ha infilato in bocca una boccia del mini-bowling spiegandole: “Se non fai altro che contaminarci con la tua paura, poi ci togli l’effetto sorpresa; ‘ste post-metropoli reattive si basano sul pericolo, e io non voglio restare indifferente nel caso in cui ad esempio qualcuno con un lancia-missilotti voglia sparare in testa a mio cugino Alberto. Un altro caos c’è stato ieri sulla Laurentina proprio perché la gente lì, dove abiti tu, no?, dice che tu non capisci una sega e non puoi fare neanche il fattorino, perché mentre guidi il Sarchiapone a Cancri Fossili, quello a tre ruote, a gasolio, mandi solo messaggi telegrafici agli amici tuoi, che poi s’incazzano e telefonano alle radio locali lanciando maledizioni a tutta la tua categoria”.

– Infatti me la passo male pure io. Ho aperto la partita IVA ma per ripicca il padrone di un negozio di ferramenta m’ha ammazzato mia nonna coi raggi gamma usciti da un terribile sifone a pompetta. Lo sanno, che sono psicopatico, quindi infieriscono.

– E che vuoi, che t’incoraggi? Tutt’al più ti spiego. Innanzitutto la R**** era sexy, quindi non poteva essere tutta colpa sua, come sindaca, per come la vedo io. Poi ti dico che il modo che la gente ha sviluppato per reagire è uno: giocare con la paura.

– Oh, merda, che vuol dire?”

– Ma già, tu sei Fabrizio, un imbecille completo, quindi diciamo che se adesso spiego è più per chiarirmi le idee io stesso che per farti capire qualcosa. Anzi, vedo sul display che t’è arrivata una chiamata dalla Cecchignola. Va’, che aspetti? Sottoproletario di merda, non sai fare altro che sbatterti per tutta la città a portare marmellate di lombrichi e timballi di laminati verduro-plastici… sempre a cavalcioni del tuo trabiccolo aziendale. Vedrai che una di queste volte t’arriva la paura… E con la paura arriva pure la Morte, e il gioco è fatto”.

– Non lo so, io sono limitato, in effetti penso solo a pagarmi l’affitto dell’inceneritore delle mie vecchie scarpe da basket extrasolare”.

– Ma vaff..! Senti qua, prima di andartene: la gente si trascina nelle pozze d’odio lasciate dai turisti, ma anche dai milanesi e dai pugliesi. E allora una cosa l’ha capita. Deve reagire. E così reagiscono con la paura. Adesso vài, poi ne riparliamo.

In un altro quadrante della città, dalle parti dei crogioli di ultrapensiero universitario, a piazza Fiume, il nevrotico Germondeur si affacciò da uno dei finestroni di casa sua, asettico frigo per cadaveri, con la moglie, tra essi, che ancora sussurrava qualcosa, e gridò, rivolto alla sessantasettenne con le tettone crollanti a bisaccia che lo ammirava dal terrazzino di fronte:

– Non hai paura che ti sfondo? Prima o poi, io che ho un’identità gender fluid da bestemmiatore, lo faccio con tutti, anche gli uomini. Per seminare una paura sorda, più che il panico.

– Non dirmelo. Fallo e basta. Si deve reagire.

“Guarda, voglio fare peggio di quel tale, William Pellicchioni, Da oggi dichiaratomi capolavoro, come patrimonio dell’umanità chiedo ufficialmente tutela all’UNESCO (in realtà smantellata per la paura nel 2052). Ahahah!

Ivana Maliardi, con l’occhio ormai velato dall’impossibilità di soddisfare le sue voglie più anziane, gli rispose da lontano, ma con la paura di essere udita dall’altro assassino, quello alto del piano di sotto, Pellicchioni, appunto:

– Eheh, capisco perfettamente la tua ironia, però contesto l’uso della parola “capolavoro”. Non lo è lui, che si è sempre ritenuto un bello e ora è spernacchiato da due terzi della città, ma – permettimi – non lo sei neanche tu, che sei un tipo grigio e chiuso in te stesso, con i tuoi labbroni in similpelle e la rete metallica che copre la calvizie velenosa. Però, a parte questo, sono d’accordo con te: dovremmo fargli prendere una gran paura, a quello. Perché non se ne può più di chi come lui pretende di giocare alla “estravaganca” e che è tallonato da quella cretina, Lara, che ancora, a distanza di vent’anni, lo reclama, con tutto quel coccodè sentimentale e le indiscrezioni su rapporti sessuali non allineati, con le mucose fuori posto, l’oralità oscena e il non-detto criminale. Ma sarebbe ora di finirla!

Senhaul Germondeur annuendo ribattè, sarcastico ma con affetto:

– Ok, tesoro, ma dovrei tradurti con Google-Shit!”

Lei scoppiò a ridere così forte che dopo trenta secondi le scoppiò una valvola mitralica. Anche in quel caso si bloccò il traffico: erano le enormi marmitte elicoidali che fluivano dentro ai saliscendi del Pincio, da cui Thomas Pynchon, com’è noto. Attraverso una collana on the air di bioritmi in byte era arrivata la notizia: la pettoruta Ivana aveva tirato le cuoia! Non era stato però per la paura del killer del piano di sotto, e quello allora, indispettito, cinque ore e mezza dopo, tra mille scricchiolii, salì su a prenderla, nottetempo, entrando da un pertugio nel muro, odoroso di urina di gatto. La sollevò, le schiaffò in faccia una decalcomania di Saturno, e poi, con un reticolo di pezzi di fil di ferro, fece capire a tutti perché lui era “il bello”. Perché era bello dentro ma aveva anche idee smart fuori: appese lei al cancello sbilenco che si affacciava dal tetto dello stabile, e le mise un amplificatore in bocca per far risuonare forte il vento, all’alba, anche da morta. Così pure la prima parte di via Salaria avrebbe avuto una paura mortale!

Stiamo attenti però a non alimentare troppo il pensiero “complottista”. Spesso le stesse persone che pensiamo dominino il mondo con grande intelligenza e conoscenza sono altrettanto schiave del sistema. È il sistema che va corretto, sì, vabbè, “bonanotte!”, e pensare “sono cattivi” o “viviamo in Matrix e qualcuno si caga sotto” non risolve proprio nulla.

A proposito però di risultati: il giorno dopo, il fagotto grottesco, molle e para-mummificato di Ivana sortì il suo effetto, perché Fabrizio, per dimostrare di essere un povero coglione ma di non aver paura di niente e nemmeno di cambiare zona, si ritrovò a passare lì in via Cernaia, sentì il vento della sera e della Morte amplificato dal megafono di quella vecchia scoppiata e si prese un accidenti: aveva avuto un incidente anni prima – in realtà un goffo tentativo di suicidio – che gli aveva lasciato una cicatrice alla colonna vertebrale; quando udì il richiamo di Ivana il brivido fu tale, lungo la schiena, da fargliela riaprire, tanto che esclamò, al volante:

– Okkristo, ma ché se uno non si opera, poi basta uno spavento e gli viene un embolo?

Fu questione di pochi istanti e per questa sua crisi perse il controllo e andò col suo ridicolo automezzo aziendale a fracassarsi contro un fusto di pianta aliena che era stato donato all’Ambasciata lì davanti proprio da quattro mostri di Urano. Fabrizio si ritrovò con il busto imprigionato nell’abitacolo accartocciato e la testa che ancora però scodinzolava fuori dall’oblò di sinistra, cercando un vigile che prestasse soccorso. Arrivò invece un pachistano venditore di maschere etno-xenomorfe portasfiga, che gli chiese, da sotto l’arcata sopracciliare spessa e buia:

– Hai paura, amico?

– Di morire, sì.

– È quello che vogliamo tutti: sentirci vivi almeno in punta di morte – e gli trapassò il cranio con una fiocina presa in pescheria. Poi disse, piano:

– Aiuto…

il7 – Marco Settembre

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