
«Non la farai franca, ti troveranno e finirai la tua vita in galera!» Disse l’uomo legato alla sedia col fil di ferro.
«Fuori di qui nessuno mi può incolpare: non ci sono testimoni e tu avrai quello che meriti!» Rispose l’altro, l’uomo con la pistola.
«C’è il quadro: lui ha visto!» Gli rispose l’uomo seduto.
«Quale? Quella tela con la macchia viola? Non farmi ridere! Cosa potrà mai dire, ma soprattutto chi vorrai che crederà al … quadro?» L’altro rise di gusto tanto che la pistola quasi gli cadde dalle mani.
«Non è una macchia: è un colore, una pennellata steneriana[1]!» Riprese l’altro con orgoglio.
«Ti ammazzo più volentieri, oltre che ladro sei anche stupido!» Irritato l’uomo con la pistola si fece serio e lo guardò:
«Non sono un ladro, sono un pittore e quello che tu pretendi essere il quadro della tua famiglia non è altro che una copia eseguita dai miei studenti per la prova pratica.» Rispose ancora il pittore.
«Tu stai scherzando col fuoco, sono già abbastanza infuriato per farmi prendere in giro da te. Quello è il Rembrandt che tenevo sul camino! Lo stesso rubato la sera in cui è stato ucciso mio padre. La mia è solo vendetta! Il quadro ti accusa.» Disse mostrando la canna della pistola all’uomo seduto.
«Non è che una copia perfetta, non so niente della morte di tuo padre, mi dispiace io…» Provò a difendersi il pittore.
Poi, in un gesto quasi istintivo, guardò la tela che aveva appena iniziato sul cavalletto, la pennellata viola si stava muovendo, avrebbe voluto aiutare la figura che si stava delineando aggiungendo una pennellata di giallo o, data la situazione, di rosso scuro: i polsi gli facevano male, sentiva il liquido caldo scendere lungo le dita e gocciolare sul pavimento andando a confondersi con le altre macchie, presenti qua e là, di pittura.
«Cosa guardi? Cerchi forse aiuto? Ah capisco! Il quadro: quello che dovrebbe fare da testimone!» L’uomo si avvicinò al cavalletto e notò qualcosa in quella che aveva visto solo come una macchia, sembrava che una cosa ci fosse, non capiva cosa, ma ne ebbe paura.
«La forma nascerà dal colore. Si percepirà che non soltanto si vivrà nel colore, ma che il colore genererà la forma da se stesso, che cioè la forma è opera del colore[2]… ti ho detto è una pennellata steneriana. Aggiungi il rosso scuro, guarda il pennello è già intinto nella gradazione giusta prova: senti la forza del colore.» Disse il pittore invitando il suo antagonista a sentire il pennello come essere vivente.
«Cosa stai blaterando? È quello che dicevi prima? Il quadro che mi tradirà?» Disse in tono canzonatorio il probabile assassino.
Era attratto da quel quadro incompiuto, in fondo poteva accontentare il pittore:
l’ultimo desiderio non si nega a nessuno. Prese il pennello appoggiato sulla macchia rossa della tavolozza e con fare evasivo sporcò la tela. Si girò verso la sua vittima e la vide felice, sorridente e appagata.
Per un attimo gli venne da ridere poi si rese conto di aver sentito una vibrazione appoggiando il pennello alla tela e si girò.
Una figura aveva preso forma tra i due colori: un volto a bocca aperta, occhi sgranati lo guardava terrorizzato.
Era il suo.
di Milena Beltrandi
[1] Steiner sintetizzò la quintessenza del procedimento pittorico da lui proposto con il motto:
“AUS DER FARBE HERAUS MALEN” “DIPINGERE ESTRAENDO DAL COLORE”
[2] (GA 287 “L’edificio di Dornach quale segno del divenire storico e di impulsi artistici di trasformazione” 25.10.1914).

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