
Urg sembra diverso dagli altri piccoli di uomo che corrono per l’accampamento come uno sciame, tra urli, esclamazioni, richiami. Ogni tanto lui si blocca all’improvviso: ha sentito un suono sottile, ha visto un bagliore tra le foglie, ha acchiappato un lampo di colore che nessun altro ha percepito.
Quando tutti riposano al riparo della roccia, dopo il pasto della giornata, non si siede accanto agli altri ma si avvicina ai resti del fuoco e fruga tra i tizzoni. Ecco, ha trovato un legnetto carbonizzato. Ancora non sa che farne, e se lo passa tra le dita, finché non sono diventate nere. Una risata argentina gli esce dai denti aguzzi.
Si passa le mani sul viso, poi su tutto il corpo nudo, si pone in capo una pelle e balza tra la sua gente come una pantera, spalancando gli occhi, digrignando i denti. Vederli schizzare tutti in piedi, urlare come fanno le gazzelle quando arriva il leone, è un divertimento esilarante.
Ormai sa che cosa cercare, non si unisce più ai giochi dei compagni, vaga osservando ogni dettaglio intorno.
Il sangue delle prede, che gli uomini portano dalla caccia, è di un inebriante rosso denso, che gli verrebbe voglia di bere tanto è bello, ma purtroppo presto cambia e diventa nero. I fiori poi, le foglie degli alberi hanno tanti toni, tante sfumature da far girare la testa.
Oggi è passato accanto a una pozza in cui riluce al sole una fanghiglia rossa. Intinge la mano, la spalma di argilla, la schiaccia sopra un sasso piatto e vede la sua orma. Ecco un’idea. Corre con la mano intrisa di quel colore, entra nel riparo, la preme contro la parete, là dove è più liscia, più nera di fumo. L’effetto gli fa battere il cuore. Torna alla pozza, e poi di nuovo a timbrare tante mani sulla superficie dell’antro, le sue mani, che ora brillano sul nero di un rosso acceso.
Capiranno gli altri che è stato lui? Chi se non Urg? Le donne sanno dominare i segreti della natura, ma solo lui vede nel creato una magia che non si può raccontare.
È caduta la pioggia, e un’altra immagine scalpita nella sua mente. Torna alla pozza che si è riempita di acqua rossa, si inginocchia, la sorbisce con la bocca. Con le gote gonfie di quel liquido raggiunge la caverna prima che gli manchi il respiro, appoggia la mano sulla parete e con le labbra lo spruzza imitando la pioggia sottile di primavera. Attende che si asciughi, solleva adagio le dita: è in attesa di una rivelazione e vede la sua orma nera in un campo rosso.
Ride: pare il gorgoglìo dell’acqua che scorre.
Ancora non sappiamo se diventerà grande abbastanza per fare altre scoperte, la vita è pericolosa, ma possiamo essere certi che tra qualche giro delle stagioni riprenderà in mano un legnetto di carbone e nei luoghi più chiusi della caverna rappresenterà le forme della natura viva. Perché così facevano gli artisti dei suoi tempi, che erano anche il tramite tra la terra e il cielo.
di Caterina Perrone

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