WEN – POESIA – Sole di ottobre – Rosalba Nola

L’estate è al suo ultimo fiato in questo sole di ottobre che avvolge la strada. Sei proprio davanti al cancello del Liceo e ti vedo per la prima volta. Cammini avanti e indietro ritto sulla tua ansia mentre volute intermittenti di fumo s’intrufolano tra i tuoi ricci striati di argento perlato. Mi dico: sembra proprio un genitore! stanco di un adolescente portatore solo di guai. Vorrei parlarti ma ti passo accanto col passo felpato di un gatto che sta per nascondersi. Oltrepasso decisa il cancello per entrare. Tu manco ti accorgi della mia figura minuta che senza neppure conoscerti sta già cercando di sfuggirti.

Segue un lasso di tempo breve come un lampo che ti proietta dentro un’aula docenti affollata. La distanza minima che ci separa è azzerata dalle nostre labbra che all’unisono si schiudono in un sorriso come cenno di saluto un riconoscimento il richiamo irresistibile di una sirena.

Seguono giorni che sono scintillanti cascate di baci beatitudini cristalline dei nostri corpi nudi intrecciati. Rivelazioni di anime.

E vuoi mostrarti senza ritegno e mi porgi il tuo specchio affinché anch’io possa guardarmi. Ecco che ascolto le tue ferite l’eco degli insulti che ti hanno scorticato e infangato; forse solo inventati ma li sento che fremono di nuovo pronti a graffiare. Allora trovo il coraggio di offrirti le mie ferite i tarli della mia mente chiacchierona le assenze e gli abbandoni. Ma tu mi ascolti?

Come orfanelli usciamo per miracolo dalla scura foresta scura tenendoci per mano e ritroviamo la nostra vera casa non quella dell’origine algida e spigolosa, ma dove ancora respirano i sogni selvatici dell’infanzia e tremolano venti di giovinezza. Mangiamo dallo stesso piatto in sacra comunione e il giorno e la notte si sovrappongono allacciati, sempre allacciati. Scorrono fiumi di parole, significati senza un disegno preciso sono un mantra ristoratore che ci accarezza. E la musica trionfa l’abbiamo chiamata come testimone a benedire le nostre nozze segrete con sonorità di acciaio e di velluto che ci fan piangere e danzare per poi portarci nella tregua di un silenzio assoluto. Dove fiorisce l’illusione di una speranza non detta pensata come eterno presente di gioia che rinnega il passato.

Entro decisa nella tua stanza ed è tutta una gincana tra cocci di bottiglia escrementi asfittici e pozze verdastre di vomito. Ti muovi in quel marasma barcollando non senza grazia e sfoderi con disinvoltura la tua devozione alla mia persona che ti salverà – dici- e bevo felice la tua pozione magica che mi trasforma nella fata benefica mai stanca di cullarti. Diventi l’angelo sterminatore delle buone intenzioni di una probabile guarigione il parassita che mi trascina giù giù negli inferi delle ripetizioni coatte di un trauma che alimenti solo per soddisfare i tuoi impulsi voraci. Viviamo in trappola con diverbi sempre più divoranti talvolta folgorati via via traditi dalle tue visioni di onnipotenza dalla mia presunzione di costruire da sola un’arca in grado di reggere il naufragio. E poi il diluvio.

Io dico che però ben altro è l’Amore perché solo da te ho imparato a sentirlo vibrare in ogni cosa. Guarda: anche nel topo di fogna o in una faccia odiosa. Nel pianto e nella rabbia che deformano il passo nel dolore che atterra nell’alba o nel tramonto che consola. Anche nell’ombra c’è la luce, luce che mai s’invola.

Rosalba Nola     

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