
Non ero mai stata una poetessa. Certo, sapevo scrivere articoli, recensioni e racconti. In quelle discipline avevo una certa bravura, un tocco che distingueva i miei lavori. Ma la poesia? Era un territorio inesplorato, almeno per me perché non mi sentivo all’altezza del mondo poetico. Consideravo i poeti quasi dei semidei. Ogni volta che mi trovavo di fronte a una poesia ben scritta, una canzone commovente o un brano di musica classica, sentivo un’ondata di emozioni travolgermi. Eppure, trasformare quel tumulto interiore in versi cadenzati e immagini evocative mi pareva un’impresa titanica. Quindi, quando decisi di partecipare a un concorso di poesia, mi sentii subito sopraffatta. Il foglio bianco sullo schermo del mio computer continuava a rimanere tale. Trascorsi diversi giorni in preda all’ansia, che è la peggior nemica di ogni scrittore. Nella mia mente abitava un vuoto infinito e la cosa mi creava prostrazione, dal momento che ero stata sempre una persona ricca di sensibilità e fantasia. Scrivere, in effetti, è un atto di creazione che richiede un impegno emotivo, un dialogo profondo con l’anima, una capacità di dipingere quadri con le parole.
Fu in quel momento di sconforto che pensai a lei: Mariolina. Sempre pronta ad aiutare, sempre piena di idee e ispirazione. Era la mia confidente, la mia musa. La invitai a pranzare a Fiesole, quel piccolo paradiso collinare che sovrasta Firenze, dove le case antiche sembrano abbracciare il paesaggio, e ogni angolo è intriso di storia e poesia.
Era una serata estiva, una di quelle serate in cui l’aria è tiepida e il cielo si tinge di colori pastello, creando un’atmosfera da sogno. Arrivammo al ristorante, un luogo incantevole con tavoli di legno massiccio e tovaglie bianche che ondeggiavano lievemente al soffio della brezza serale. Dal nostro tavolo, la vista su Firenze era decisamente poetica: la città brillava come un gioiello incastonato tra le colline. I campanili delle chiese, le cupole, i tetti rossi si stagliavano contro il cielo che si tingeva di arancione. Osservare Firenze da lì era un delicato piacere immenso, un’esperienza che trascendeva il tempo e lo spazio, come se ci fossimo immerse in un quadro senza tempo.
Appena ci sedemmo, il cameriere si avvicinò con una grazia quasi teatrale, porgendoci i menu come se fossero reliquie preziose. Ogni piatto descritto con una cura maniacale, ogni ingrediente elencato con reverenza. Optammo per una serie di antipasti assortiti, accompagnati dal solito Veuve Clicquot, che venne versato con gesti misurati e precisi.
Mariolina iniziò a parlare del suo ultimo viaggio in Grecia, descrivendo ogni dettaglio con una vivacità contagiosa. Le strade di Atene, le meraviglie del Museo Archeologico Nazionale di Atene, le forti emozioni provate durante la visita all’Acropoli, il calore del sole greco che baciava la pelle. Le sue parole dipingevano quadri vividi nella mia mente, ogni frase una pennellata che aggiungeva colore e vita alle sue storie. Parlammo dei nostri sogni, delle nostre paure, delle piccole e grandi cose che riempiono le nostre vite. Non menzionammo mai il motivo per cui l’avevo invitata lì, ma non ce n’era bisogno. C’era un’intesa tacita tra noi, un dialogo silenzioso che andava oltre le parole. Sapevamo entrambe che ciò che conta nella poesia, come nella vita, è la sintonia tra le anime, il legame invisibile che unisce i cuori.
I piatti arrivarono uno dopo l’altro, un trionfo di colori e sapori. Gli antipasti erano una festa per i sensi: bruschette croccanti guarnite con pomodorini dolci e basilico fresco, carpacci di manzo finemente affettati e conditi con olio extravergine d’oliva, piccoli bocconi di pecorino accompagnati da miele di castagno. Le pappardelle al cinghiale, un tripudio di sapori rustici e intensi, si scioglievano in bocca, mentre l’orata al cartoccio di Mariolina, profumata con erbe aromatiche e agrumi, emanava un aroma che sembrava evocare il mare.
Durante la cena, le nostre conversazioni si intrecciavano come i fili di un arazzo, ogni parola, ogni risata, contribuiva a tessere una trama di complicità e affetto. Parlammo di tutto e di niente, immergendoci in discorsi filosofici e frivolezze quotidiane con la stessa intensità. Il tempo sembrava sospeso, ogni minuto dilatato in un’eternità di piacere condiviso.
Tornai a casa quella sera con l’animo leggero e il cuore colmo di ispirazione. La magia di Fiesole, la compagnia di Mariolina, la bellezza di quella serata avevano risvegliato qualcosa dentro di me. Mi sedetti alla mia scrivania, e questa volta, le parole vennero quasi spontaneamente. Scrissi pochi versi in endecasillabi sciolti dal titolo: “L’anima è poesia”
Quando ricevetti la notizia che mi ero classificata terza nel concorso, mi sembrò quasi incredibile. Per chi non aveva mai scritto poesie, era un risultato straordinario. Sapevo che il vero premio era stato il viaggio interiore, la scoperta della mia voce poetica, guidata dall’affetto e dall’ispirazione di Mariolina. Avevo imparato che la poesia non è solo tecnica, ma è soprattutto emozione, verità e bellezza. Così, quella serata a Fiesole rimase impressa nella mia memoria come un momento di rivelazione, un attimo in cui lo spazio e il tempo si erano fermati, permettendomi di cogliere la vera essenza della vita e di tradurla in parole. E Mariolina, con la sua presenza rassicurante, era stata la mia guida in questo viaggio straordinario, mostrandomi che, in fondo, siamo tutti poeti quando ascoltiamo la voce della nostra anima.
Gabriella Zonno

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