
Dagli inizi del Novecento sotto la monarchia Pahlavi, che tendeva a modernizzare l’Iran, le donne erano le prime a manifestare il desiderio di cambiare la loro condizione di vita. Infatti tra le riforme del re Reza Pahlavi alcune riguardavano l’emancipazione delle donne. Le iraniane che fino ad allora erano chiuse in casa e dovevano portare il velo in pubblico da un giorno all’altro furono libere di scegliere l’abbigliamento più consone alla loro personalità, di frequentare le scuole pubbliche e addirittura di lavorare.
In realtà il processo di cambiamento fu più lungo e violento. Il clero e i bigotti preferivano comunque vedere le donne ‘invisibili’ e chiuse in casa. Di conseguenza coloro che non portavano il velo in pubblico venivano picchiate e maltrattate dai fanatici. La riforma nel frattempo andò avanti e aprirono le prime scuole femminili e le iraniane furono incoraggiate a seguire gli studi universitari.
Per cinquanta anni le donne avanzavano negli studi e nel lavoro, viaggiavano liberamente senza il permesso dei loro uomini, il tutto grazie ai diritti promulgati dal governo. Perfino riuscirono a raggiungere posti di comando nell’ amministrazione. Negli anni Settanta per la prima volta il ministero della cultura ed educazione fu assegnato ad una donna.
Mentre le donne avanzano con coraggio e determinazione nel conquistare i loro diritti nei sotterranei della società iraniana si formavano nuclei di resistenza all’emancipazione. La maggior parte erano osservanti religiosi che non vedevano di buon occhio l’indipendenza femminile.
Alla fine degli anni Settanta con la rivoluzione islamica una delle prime leggi promulgate dal comitato rivoluzionario fu di limitare le attività delle donne nella società e di imporle di nuovo il velo islamico. I leader della rivoluzione erano convinti che il regime precedente avesse adottato il modello di cultura occidentale, che era contro le loro ideologie rivoluzionarie. Le donne dovevano seguire le tradizioni millenarie dettato dall’Islam. Di conseguenza molte iraniane furono allontanate dai luoghi di lavoro e oppresse culturalmente e socialmente. A tal proposito la ministra della cultura del precedente governo fu condannata e fucilata come agente degli occidentali.
La risposta delle donne fu immediata e dagli anni Ottanta in poi usarono qualsiasi mezzo per provocare e condannare il regime teocratico. Il loro scopo primario era di combattere l’obbligo del velo. Durante le manifestazioni che nascevano per qualunque ragione sociale e politica, le donne erano sempre in prima fila con l’esibizione del togliersi il velo sfidando l’autorità e contestando la loro condizione di vita.
Nel settembre del 2022 fu arrestata da rappresentanti della moralità pubblica la giovane Mahsa Amini perché non indossava il velo in modo corretto che mori per un malore durante il processo. Le donne da quel momento tragico protestarono dando vita al movimento che velocemente si diffuse nella società, con le manifestanti che dimostravano il loro disappunto con gesti insoliti, come il bruciare il velo nelle piazze o tagliarsi i capelli come atto di dolore e lutto.
Nonostante quarantasei anni di oppressione, oggi l’ottanta per cento delle donne iraniane sono laureate e lavorano fuori casa. Continuano a cercare un’identità adatta alla loro cultura e tradizioni senza riferirsi a modelli occidentali oppure tradizionali limitanti.
‘Donna Vita libertà’ è lo slogan che accompagna da diversi anni la lotta e la sfida della donne al regime, trovando eco in tutto il mondo.

Manna Parsì

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