WEN – PROVOCAZIONE – Crescere – Milena Beltrandi

«Benedetto! Stupido come il nome che ti hanno dato!» Andava dicendo il fratello maggiore girando per la stanza con il peluche preferito dal fratello minore.

«È il nome del nonno, non è brutto, a me piace!» Rispondeva piagnucolando il bambino cercando di riprendere l’orsacchiotto verde, il suo preferito, che Andrea, suo fratello, continuava a tirare contro il muro troppo in alto per prenderlo.

«Rendimelo, dai, uffa!»

«Benedetto vuole il suo orsacchiotto verde! Non sei strano solo per il nome, a chi piacerebbe un orsacchiotto verde, assurdo, e lui come si chiama: Osvaldo?» Andrea si divertiva a provocare il fratello e quando alla fine del suo crudele gioco il piccolo scoppiava a piangere chiamando la mamma, tirava il gioco verde sul letto a castello e spariva nell’altra stanza.

Benedetto riprendeva il suo orsacchiotto, lo stringeva al petto e ascoltava la rabbia salirgli dentro mentre le lacrime scendevano giù. Avrebbe spaccato il mondo se solo fosse stato dieci centimetri più alto e si fossero già sviluppati i muscoli. Ogni volta dopo lo sfogo si asciugava le lacrime e si prometteva di non far prendere l’orsetto verde al fratello e, soprattutto, sperava di non cedere alla sua provocazione.

Nascondeva il peluche quando sentiva i passi di Andrea avvicinarsi alla loro camera, prendeva il modellino di Ferrari e simulava corse pazze in auto, imitando il rombo del motore su di giri, ma Andrea cercava il pupazzo ovunque e quando l’aveva trovato fingeva di infliggergli le torture più atroci: gli tirava una zampa, minacciava di romperlo, di staccargli la testa e Benedetto si alzava implorando. Ogni promessa andava svanendo e la rabbia saliva velocemente.

Sapeva che lo scopo di suo fratello era farlo piangere, non capiva perché e a cosa portasse di buono quell’atteggiamento di superiorità che teneva con lui. La mamma diceva sempre che i fratelli si vogliono bene, ma Benedetto era convinto del contrario, sapeva che Andrea l’odiava.

Il bambino si chiedeva spesso cosa sarebbe successo se non avesse pianto, se fosse riuscito a reagire “da grande” e, ogni volta sognava di essere lui a provocare le sue lacrime portandogli via qualcosa di caro, ma il fratello non aveva giocattoli preferiti, se ne stava tutto il giorno attorno al cellulare, a volte rideva da solo guardando le figure che scorrevano, a volte guardava il soffitto con le cuffiette nelle orecchie.

La mamma gli aveva raccontato che, quando era piccolissimo, aveva avuto problemi di respirazione per quello gli avevano dato il nome del nonno che era stato palombaro, un eroe dai polmoni forti quindi, un esempio da seguire.

Benedetto decise  che quando il fratello avesse preso, di nuovo, il suo orsacchiotto e si fosse messo a canzonarlo, avrebbe fatto finta di niente, avrebbe cacciato le lacrime pensando a nonno Benedetto che scendeva nel profondo mare nella sua muta da palombaro e, anche se i suoi muscoli ancora non esistevano, avrebbe vinto contro il fratello prepotente.

Ricordava vagamente nonno Benedetto, era troppo piccolo quando se ne era andato, ma la mamma gli diceva spesso che era mingherlino come lui e nonostante tutto aveva vinto tante battaglie usando l’ingegno, la testa, perché vincere non vuol dire usare la forza, la vera forza è l’intelligenza.

Ecco lui avrebbe battuto il fratello usando l’astuzia, come il nonno: se il principale scopo era quello di provocarlo fino a farlo piangere, lui, il microbo dal nome strano Benedetto, non avrebbe ceduto alla provocazione.

Milena Beltrandi

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