WEN – PROVOCAZIONE – Come sono felice di vederti – Antonietta Toso

«Ti sei già alzata. Preparo un caffè.»
«Non ho dormito per niente.»
L’apri e chiudi dei cassetti, del rumore di tazze e posate, innervosivano Lisa per quel qualcosa d’indecifrabile nella voglia di vivere della sorella.
Bianca andò sul balcone, il profumo dei fiori l’addolcirono. “Dopo colazione li annaffio.”
«Il traffico, il fischio del treno. Ci sono rumori dappertutto.» Le lamentele della sorella la richiamarono all’interno.
Lisa si era accesa una sigaretta. «Serviti pure» disse, indicò le Malboro sul tavolo.
«Nel mio nuovo lavoro è proibito.»
«E ce l’hai fatta? A smettere, intendo, così, all’improvviso?»
«Dai Lisa. Cosa c’è che non va? Non fissarmi così, non sono un alieno.»
«Guardati attorno. È questo un posto dove stare, e con due bambini?»
«Beh, la cucina è piccola. Stretta. Ci sono, però, due belle camere da letto, il soggiorno. Hai perfino il mare a due passi. Magari abitassi io a Torre del Lago.»
Il caffè borbottava nella macchinetta. Bianca lo versò nelle tazze.
«Beata te. Vedi tutto rosa» disse Lisa.
«Abbiamo passato tempi peggiori. Dovrei forse ricordarti quando abitavamo a Roma e mi chiedevi se si potesse cambiare mamma? Desideravi essere la figlia di Dudi.»
«Già, davvero.» Un lampo di tristezza attraversò gli occhi nero velluto di Lisa.
«Quella stronzetta, cappellino di paglia e occhiali colorati saltellava spudorata davanti alla finestra. Sento ancora il rumore della paletta e del rastrello nel secchiello rosso.»
«Aveva sette anni, come te. Non lo faceva per farti rabbia.»
Strilla gioiose allontanarono le due sorelle dalle loro reminiscenze.
«Eccoli, i miei tesori» disse Lisa.
Andrea tese le manine verso la madre che lo prese in braccio, lo coccolò per un attimo e lo rimise a terra.
«A soli tre anni, quanto pesa. Se non sto attenta mi spezzono la schiena.» La bimba guardò la madre con sguardo supplichevole.
«Tu vai dalla zia. Siete pronti per la colazione?»
La bambina cominciò a piagnucolare. Bianca la sollevò sulle sue ginocchia.
«Zia, mi fai le trecce?»
«Sì certo.»
«Prendo la spazzola e i nastri. Rossi?»
«Quelli che ti piacciono di più.»
«La pazienza della zia…» Paola canticchiava. Mangiò in fretta e si allontanò dondolando il capo al ritmo della sua nuova cantilena. Andrea la seguì.
«Parli bene tu. Abiti a Milano. Hai un lavoro. Non sai che cosa vuol dire aspettare la fine del mese per avere i soldi dal marito.»
«Credo che stiamo scivolando su un terreno scosceso.»
Nastri e spazzola nelle mani, arrivò Paola. Bianca e la nipote si ritirarono nella cameretta. Ricordi, nell’intrecciare quei capelli simil seta, s’insinuarono nella stanza, Bianca adesso aveva undici anni. Lisa, quattro, se ne stava accovacciata in un angolo per ritrovare sé stessa.
«Zia, per quanto tempo rimani qui?» Paola riportò l’attenzione su fiocchi e trecce.
«Beh, ancora quattro giorni.»
«Solo?»
«Ne sono già passati tre. Ecco fatto. Come sei carina. Vai dalla mamma, mostrale quanto sei bella.»
«Mamma, mamma, guardami. La zia mi ha fatto le trecce.»
In un attimo Lisa, entrata in un dejà vu, urlava:
«Buongiorno mamma non si dice? E come stai, neppure? Pensate solo per voi, tutti quanti.»
La piccola confusa si fermò all’istante come fosse un giocattolo rotto.
«Fila dritta in camera con tuo fratello.»
Paola resistette al desiderio di guardare la zia. Ubbidì.
Bianca guardò fuori. Il sole si era fatto spazio da dietro le nuvole. Le finestre lasciavano entrare una leggera brezza, e si portavano dietro il sussurro delle onde.
“Però i ragazzini sembrano felici” pensò Bianca, perplessa.
Lisa andò nella camera da letto dei bimbi. Erano da soli e parve rasserenarsi.
«Come va il nuovo lavoro?»
«Bene. Sono stata fortunata. Non è semplice trovare un buon impiego quando si è vicino ai quaranta. Lavoro molte ore, è vero. Ma è una occupazione. Mi rende indipendente.»
«Sei una bella donna. È questo che ti salva sempre.»
«Lisa, ti prego» piagnucolò Bianca.
«Ma è vero. È così. Sembri una ragazza. Hai classe. Potresti trovarti un uomo, fargli un paio di pargoletti, e non avresti più bisogno di lavorare.»
Bianca scosse la testa e iniziò a riordinare la cucina.
«Non puoi stare ferma? Ci penso io. Dopo.»

Con i raggi del sole a ponente il pomeriggio scivolò via d’incanto.
Allora di cena Lisa pareva serena.
«Dai, sedetevi.»
Raramente Bianca si era trovata insieme alla sorella in un clima affabile. Mancava solo il marito, lavorava all’estero, un mese dietro l’altro, passava gli anni. Lisa seppure lo rimproverasse lo assolveva.
«Qui c’è da pagare» ripeteva.
«Bianca, su serviti.»
«Sì certo. Non faccio complimenti, sono a casa di mia sorella oppure no?»
Lisa la guardò di striscio per sincerarsi che non sottintendesse altro, poi disse: «Sei sicura?»
«Sicura di cosa? A dire il vero, non sono mai certa di niente. Ho sempre mille dubbi. Tutto si muove così in fretta» rispose Bianca con naturalezza.
Lisa si fece cupa. «Lo vedi il pavimento? Che è di legno lo sai? Ne sei sicura? E, che questo pezzo di pane è pane, sei sicura? La luce è accesa oppure no?» e intanto aumentava il volume della voce, infine sbraitava.
I bimbi guardavano la madre divertiti e stralunati insieme. Andrea faceva spallucce. Paola sbatteva la forchetta sul piatto e dondolava le gambe tanto da mollare un calcio alla madre.
«Scusa mamma. Non l’ho fatto apposta» e maliziosa guardò la zia.

La notte scese anche nell’ umile casa di Lisa.
Calò il silenzio.
Lisa, come da bambina, si rifugiò in un angolo e, alla flebile luce dell’unica lampadina accesa, iniziò a sferruzzare.
«Andiamo a fare un giro?» disse Bianca.
Lisa, testa bassa, non rispose.
«Vado a prendere una boccata d’aria e torno subito» incalzò Bianca.
Silenzio.
Al rientro, la porta era sprangata.
Suonò più volte il campanello. Lisa, infine, aprì. Muta, le voltò le spalle e si chiuse dentro la camera dei bimbi.
Bianca sostò, immobile sull’uscio come fosse in cima a un precipizio. Abbassò lo sguardo sulla valigia e improvvisamente la notte divenne giorno. Fece il bagaglio. Aprì la cameretta. I bimbi dormivano sereni.
«Me ne vado» udì sé stessa dire in un soffio.
«Vengo con te a prendere lo zaino di Paola.»
Lisa, glaciale, un passo indietro la seguì.
Alla bauliera, Bianca prese la sacca e gliela consegnò.
In macchina, insieme al rombo del motore, udì una voce straniera che le diceva, buona fortuna.

Antonietta Toso

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