WEN – Scelte – Accettare – Accettare il destino – Laura Gronchi

Sono in coda al Pronto Soccorso di Lucca, una mano regge il telefonino sul quale scorrono veloci le parole di “Vipera”, uno dei romanzi sul Commissario Ricciardi, la sinistra è appoggiata sulla coscia, è tumefatta, sembra un guanto di lattice troppo gonfio d’aria, peccato per il rossore vicino al violaceo.

Anche il polso è nelle stesse condizioni, il gonfiore però non è uniforme, mentre continuavo a camminare sulle pietre, ci avevo stretto una bandana elastica per capelli, è rimasto striato e il colore  varia dal bianco al viola acceso.

L’aspetto estetico m’importerebbe poco, è il dolore, forte e costante, trafigge arto e cervello, disturbando la concentrazione e relativa lettura.

Mi alzo e rifaccio il giro della sala d’aspetto, mi soffermo sui cartelli, li avrò letti almeno una ventina di volte, raggiungo mio marito Mario, seduto alcune sedie più addietro, poveraccio sta ancora cercando il modo di vedere Sinner sul telefono.

«Fa ancora male?» chiede.

«Un po’…»

Intanto adocchio la macchina automatica di bevande.

«Ce l’hai sessanta centesimi?» domando.

Sono le 22:00, è dalle 17:00 circa che siamo lì, in attesa del verdetto, ha l’occhio appannato, la faccia scurita dal sole e tutto in lui urla rassegnazione.

Con lentezza si fruga nel marsupio e mi passa le monetine. Tempo cinque minuti e gli siedo accanto con il bicchierino bollente in mano: alla cioccolata calda dei distributori automatici non so resistere.

Mentre bevo, un signore di mezza età chiede cosa sia successo.

«Sono ruzzolata dalle Apuane atterrando sul braccio.»

Nella memoria collettiva è ancora vivo il ricordo di una signora che è precipitata in un dirupo, la settimana prima, sempre sui monti.

Ho catturato l’interesse, mi fa cenno di andare avanti.

Spiego che faccio parte di un gruppo di trekking amatoriale, la “guida”, in realtà un signore un poco più esperto, ha sbagliato itinerario e siamo finiti su una ferrata per escursionisti – alpinisti, trasformando una passeggiata, spacciata per facile, in una prova di sopravvivenza in cui avanzavamo sospesi nel vuoto, reggendoci solo a delle funi di acciaio piantate nella roccia.

Effetto gregge: nessuno ha messo in discussione il tizio, che ha continuato a proseguire così per circa una mezz’ora, finché non abbiamo incontrato altre persone, più esperte.

«Avete sbagliato tutto, dovete tornare indietro. Qua non si va da nessuna parte.»

L’incidente è avvenuto durante il ritorno, non sono abituata ad arrampicarmi e sentivo le gambe molto stanche, a un certo punto sono andata giù.

In quel momento la porta che da accesso al reparto si apre.

«Gronchi», dice l’infermiera.

Mi alzo, saluto e in cuor mio spero ancora in una banale slogatura.

«Prego, mi segua in sala gessi.»

No! Il gesso no! Urlo tra me.

Niente, l’ortopedico è irremovibile, applica la fasciatura rigida senza battere ciglio e mi saluta ficcandomi il referto nella mano sana: quattro settimane tonde, tonde.

In quel momento prendo atto delle conseguenze: impossibilità di guidare l’auto, di andare al lavoro, obbligo di reperibilità nelle fasce orarie.

Per me, ex lavoratrice autonoma, è come ricevere un diretto in faccia.

Il mattino successivo, dopo aver informato titolare e colleghi, mi attacco al telefono e rompo le balle al mio dottore, all’INPS e a tutti quelli che mi vengono in mente: “IO” non posso restare murata in casa!

A fine giornata devo accettare l’evidenza: qui sono e qui resto.

La rabbia sbollisce e comincio a fare piani per il mese a venire, in fin dei conti ho un bel giardino e attorno ci sono bei parchi da visitare nelle fasce libere.

Comincia a prendere una piega piacevole questa degenza.

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