Certamente si può vivere in due in un unico appartamento o viaggiare in due su una stessa auto o bere in due da uno stesso bicchiere, ma… si può vivere in due in uno stesso corpo? “Senz’altro sì – risponderebbe uno scienziato – anche in molti di più, se si considera quanti virus, batteri sono annidati nel nostro intestino!” Lo so anch’io, ma intendo parlare di due anime, di due diverse personalità, ciascuna col proprio carattere e la propria mente, non due piloti che concordemente s’alternano ai comandi di un aereo, bensì una coppia di aviatori a volte rissosa che contemporaneamente vuol stare alla cloche! Sicuramente il velivolo non avrà vita né facile né quieta!”.
Ecco io sin dalla nascita mi trovo in tale situazione! Vivo nel corpo di Caterina, battezzata così con tanto di cerimonia banchetto e spumante, ma da genitori e parenti affettuosamente appellata fin nella culla “Catina”, diminutivo di Caterina, suggerito alla famiglia da Petruccio, il protagonista maschile de “La bisbetica domata” di William Shakespeare (ma un conto è il teatro, un altro la realtà, perbacco! Mamma e babbo avrebbero dovuto sapere che gli altri bambini, amorevolmente, avrebbero aggiunto vezzeggiativo a diminutivo e Catina sarebbe divenuta Catinella, tra le risate dei terribili pargoli e i pianti della mia coinquilina: “Pianti a catinella” appunto!). Io, al contrario di lei, non sono mai stato considerato per molti anni persino dai miei stessi genitori, che, pur nutrendo qualche sospetto, mi hanno sempre ignorato e lo hanno fatto a tal punto da non darmi neppure un nome; io, però, me lo sono scelto e assegnato da solo e, essendo maschio, suggestionato dagli studi classici di mamma e babbo e dal diminutivo… dell’altra, Catina appunto, mi sono auto-battezzato Catone, fate voi se il censore o l’uticense, per me fa lo stesso: io ho altri interessi e problemi!
Nei primi sei anni di vita sono sempre rimasto zitto e buono nella mia prigione corporea per capirne un po’ di più sul mondo e sulla mia coinquilina, tutta intenta ad assecondare gli adulti, conquistarsi la medaglia d’oro di bambina ottima e rimbrottarmi sottovoce “No, Catone, questo non si fa! Questo non si dice!”; solamente nei sogni emergevo a tratti, quando scavalcavo la soglia della coscienza e agivo in prima persona, ma erano sogni, appunto, nient’altro che chimere! Il mio carattere, come il sesso, è sempre stato diverso da quello di Catina: lei femmina io maschio, lei malleabile conformista “a modino” io costantemente attratto dalla trasgressione sia verbale sia comportamentale; fin dall’infanzia, ad esempio, se al mercato delle persone litigavano offendendosi e venendo alle mani, mentre il corpo guidato da Catina intimorita si rifugiava tra le sottane di mamma e zia, io costringevo i nostri occhi e orecchi a stare allerta per assimilare gesti ed epiteti di quell’alterco e imprimerli nella memoria, accanto alle sante preghiere cristiane e a gli inni liturgici in Latino appresi da Catina durante la domenicale messa mattutina assieme ai genitori.
A sei anni siamo andati alla scuola elementare e lì sono iniziati i primi guai a causa della mia esternazione. Catina seguiva diligentemente il maestro per imparare a leggere, scrivere e far di conto, ma un po’ per i dispetti e le canzonature dei compagni, un po’ per le mie continue sollecitazioni a lasciar perdere i compiti e pensare a giocare con me, l’apprendimento di Catina era piuttosto lento e deludente per gli adulti e la mia coinquilina ne era mortificata. Un giorno l’insegnante s’accostò al nostro banco e le chiese di leggere un testo ad alta voce, cosa che Catina fece prontamente e speditamente; in un punto, però, c’era una parola difficile a pronunciarsi e la bambina lesse sillabando; il maestro la derise e lei si bloccò e scoppiò in lacrime o meglio cheta, cheta passivamente iniziò a far scendere lucciconi giù, giù lungo il viso, mentre i compagni sghignazzavano “Pianti a Catinella! Pianti a Catinella!”. Io scrutavo con rabbia lo spregio di quelle bocche deridenti e con rabbia ancora più forte il maestro che non alzava un dito per fermare quello scempio; come lava che dalla caldera sale su per il camino del vulcano e d’un tratto esplode inopinata, io scagliai il libro su quella massa di pecore belanti e io parlai dalla bocca di Catina e mia; a stupire, più delle parole usate, furono il suono e il tono della mia voce: una modulazione cavernosa chioccia maschia, da basso profondo, che s’espandeva cupa spettrale per la cassa toracica, mentre quella di Catina in controcanto s’alzava in falsetto, prima di gola e poi su, su di testa, lacerandosi in un parlare contraffatto, acuto, che recitava in Latino il Pater Noster, come a cancellare o per lo meno cercar di smorzare le mie bestemmie e i miei insulti, fulminanti dal soffitto dell’aula per poi calare giù come macigni sullo stupore basito e lo sgomento di maestro e allievi finalmente zittiti. Il nostro corpo eretto appoggiato coi pugni sul banco oscillava, vascello in mare in tempesta.
Da allora la nostra vita è stata, ed è tutt’ora, un quasi-inferno: pediatri, psicologi, psichiatri, esorcisti, farmaci, pozioni….
Andiamo ancora, per fortuna, a scuola, dove Catina ha trovato una sua dimensione nell’ambito artistico-figurativo: è una vera pittrice, disegna con matite o pennelli forme morbide sinuose, tipo cashmere, che quindi ripete allarga estende come se invece di colore fosse un’eco ossessiva, poi le tinteggia con una maestria di abbinamenti cromatici particolari, con un gusto deciso e armonioso; io, pur esistendo, raramente mi esterno a gli altri, ma vedo e sento tutto, anche l’avveduta simpatia del professore d’arte, che con apparente distacco guarda ammira e dice “Bene, Caterina, continua”.
No, prof., non Caterina! Lei è Catina e io Catone; condividiamo lo stesso corpo e non sappiamo il perché.

di Mirim Ticci

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