Ecco, da terra, brace sanguinante del sole di luglio del ’43, risuscitare i cadaveri trucidati durante la guerra in Jugoslavia e a Roma. Gli piombarono addosso a schiacciargli il petto. Lo presero per la gola. Joannin annaspava. Cercava ossigeno. Batteva i denti. Fece un triplo salto mortale all’indietro fin dove stava per affogare nelle acque del torrente che lambiva l’orto di Ernesto. Le immagini divennero sfocate e confuse. Allungò il braccio verso la cordicella che, fattasi legno, ondeggiava nei pressi, sul cuscino.
«Athos aiutami. Dove sei? Non ti vedo» urlava un suono cieco.
La cordicella, come quella tavola nel canale, fluttuava, se ne andava via veloce. Lontano. Come allora, morsi di denti aguzzi gli mangiavano le reni. Joannin si abbandonò infine all’indolore soffio della morte.
La voce robusta del medico che lo chiamava e che teneva le sue mani nelle proprie indusse Joannin ad aprire gli occhi. Attraverso la maschera dell’ossigeno, con un filo di voce, Joannin disse:
«Ho paura.»
«Ha avuto una crisi respiratoria. Ha perso i sensi. Non si capisce il perché. Aveva le allucinazioni. Chiamava qualcuno. Si è affaticato. È evidente. Non lo deve fare. Non ancora o rischia di morire.»
Quante cose avrebbe Joannin voluto dirgli da dietro quel bavaglio, fra tante, lo avrebbe esortato a stare tranquillo. Lui sarebbe sopravvissuto. Il male sottile era solo un minuscolo tratto di quel filo teso nel vuoto su cui, per quanto instabile, camminava da molto tempo.
Joannin fu spostato in una camera tutta per lui. Si ribellò.
«Non c’è motivo. Questa è una stanza a pagamento.»
«Lei è un grande invalido di guerra. Non deve pensare che a guarire» gli fu detto.
Joannin sistemò i dizionari come soldati sull’attenti su di un altro comodino ancora. Fece spazio alla radio, alla carta da lettere, alle cartoline e ai francobolli.
“Da qui posso chiamare Athos ogni qualvolta lo desideri. Non disturbo nessuno e lui mi può parlare liberamente.”
Era notte fonda quando si svegliò di soprassalto. La luce verde del corridoio gettava un riverbero nella sua stanza.
«Athos» chiamò.
Joannin lo vide seduto sul letto.
«Finalmente. Ci sei. Ho avuto un incubo. Sai, stavo per morire. Soffocare. Poi sei arrivato tu e ho capito che mi sarei salvato. Il cuore sul petto sta a significare che non morirò; il cuore è il motore della vita.»
Le visite di Athos divennero frequenti. Rasserenavano Joannin. Nei loro incontri si scambiavano osservazioni e opinioni. Joannin gli confidava i pensieri più intimi e segreti. Adesso gli parlava impavido e a voce ancor più alta. Gli poneva quelle domande che non avrebbe mai osato rivolgere a nessuno.
«Athos vivi da sempre? Sei una stella che si fa uomo solo per me? Parlami del mondo da cui provieni. Degli universi, della galassia. Delle leggi universali. Sei forse onnisciente? Non c’è niente nei miei dizionari che tu debba imparare.»
Quando Athos si allontanava, Joannin si soffermava a pensare che in realtà il suo moschettiere fosse un santo, un eremita che si mascherava solo per lui. Questi pensieri lo elettrizzavano ed entusiasmavano. Lo inducevano ancora ad affermare:
«Io sono unico. Io sono eccezionale.»
Vi erano momenti in cui i dubbi di un tempo ritornavano a insidiare la mente.
Si ripeteva: «Se Athos fosse un fantasma? Una mia allucinazione? In fin dei conti lo vedo solo io. Allora sono malato di nervi. Io però sto bene. Non faccio del male a nessuno.»
(tratto da “Joannin” pag. 345,346)
di Antonietta Toso


Rispondi