
Nella mia vita ho percorso più volte i sentieri della memoria. Da bambino ascoltavo mia nonna raccontare dei suoi famigliari deportati ad Auschwitz, mai più tornati. Tranne un cugino, che ebbe la fortuna – se così possiamo chiamarla – di essere risparmiato perché ingegnere, costretto a lavorare ai forni crematori. Tornò anni dopo, quando mia nonna era già stata nominata erede e curatrice dei beni lasciati dalla sua disgraziata famiglia. Scrisse un libro: Più morti, più spazio. Non ebbi il coraggio di leggerlo. Chi lo fece ne uscì sconvolto.
Mia nonna si salvò dalle deportazioni perché una decina di anni prima delle leggi razziali si era battezzata e poi aveva sposato un cattolico e, per una qualche forma di inefficienza tipica della burocrazia italica, anche di quella fascista, nessuno si ricordò di lei.
Ho ripercorso quei ricordi ogni volta che l’arte o la testimonianza hanno cercato di raccontare quell’abisso, ogni volta che la memoria ha resistito al lento lavorio dei seminatori di oblio. Mi ha sempre salvato una convinzione: l’aver conosciuto il male assoluto, si diceva, ci avrebbe resi migliori. Mai più – ci giurammo. Mai più quella furia cieca, quel disprezzo così profondo da uccidere prima l’idea stessa dell’altro.
E invece, eccoci qui. A distanza di decenni, a vivere ancora una volta lo stesso orrore. Di nuovo la violenza assoluta, che annienta, che strappa i corpi e le coscienze. E di nuovo parole vuote, usurate, “Mai più”, che nessuno più pronuncia senza imbarazzo.
Tra pochi giorni partirò per una breve vacanza. Attesa, più che meritata. Mi sveglierò presto, e al buffet della colazione, mentre sceglierò quale dolce aggiungere alla mia dieta scompensata, mi attraverseranno le immagini di questi giorni. Bambini sotto le macerie, madri urlanti, volti cancellati da un colpo solo. E mi chiederò: cosa ci faccio qui, in un albergo ordinato, in una località amena delle Dolomiti?
Cosa ci fa la mia umanità drogata, anestetizzata, in questa parvenza di normalità?
La risposta sarà una sola: Hai perso, Paolo. La tua umanità non esiste più. Ogni spazio di felicità che cerchi di strappare alla vita è estorto, è barattato col tuo oblio.
Allora, come mostri, si addenseranno intorno a me le forme delle persone: gli escursionisti sui sentieri, gli anziani che giocano a carte, i genitori che sorridono ai loro bambini nei prati. Forme mostruose di un’umanità svuotata, che ha dovuto rinunciare a se stessa per andare avanti. Per continuare a vivere come se niente fosse.
E la cosa più pesante che mi porterò con me sarà la consapevolezza che solo in pochi vedranno davvero la scelta che abbiamo fatto: abbiamo scelto di non essere più umani, pur di sopravvivere.
Ma questo, caro Presidente, significa essere già morti. E io mi aggirerò nel mio mondo felice di zombie, unico a sapere di esserlo.
Cosa può salvarci, se non il risuonare, potente, di quella voce che un tempo ci diceva: Mai più?
Cosa potrà salvarci se non persone che hanno il potere di alzare la voce e non solo gridare l’orrore, ma dare forma a una qualsivoglia opposizione, reale, violenta, se necessario.
Ma quella voce è muta. Nessuno la fa più riecheggiare.
Ho perso. Abbiamo perso, caro Presidente.
Paolo Zanni

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