WEN – SCONFITTA – Gli occhi tuoi – Guido Burgio

Non ero mai stato protagonista in vita ma lo ero diventato con la mia morte. Solo il New England aveva fatto cenno ad una mia possibile innocenza. Finalmente da morto sarei divenuto protagonista. Immaginavo la mia bocca fasciata, talmente stretta da simulare un sorriso e sotto i miei occhi le borse avrebbero assunto il colore verdastro della morte. Non temevo nulla, ormai da tanti anni nel mio cuore si era insediata l’immagine del paradiso cui sarei giunto, non solo fiori, incantati ruscelli, alberi multicolori quanto la felicita dell’essere, di sentirsi parte di quanto è visibile e di quanto non lo è.

Da ragazzo avevo conosciuto il paradiso terreno, mio padre aveva una piccola fattoria nel Colorado e noi ragazzi trascorrevamo tutta la giornata in mezzo alla natura. C’era un ruscello ai piedi di una collinetta che sembrava d’oro, acque purissime e freschissime convogliavano i raggi del sole, turbinandole nel loro eterno movimento. Seguivo spesso il gioco dei flutti alle improvvise fughe tra le piccole anse del greto e sovente alla loro musica mi addormentavo sotto un ciliegio. Erano le farfalle a risvegliarmi con le loro ali delicate e le rapi che cercavano il polline dei fiori. Ne ero convinto, avevo avuto da vivere una fetta della mia vita nel vero paradiso terrestre, dove nulla puoi desiderare più quanto la natura ti regala. Restavo spesso a contemplare “l’universo natura” mangiando un semplice panino con la mortadella, ne gustavo l’aroma e lo mangiavo lentamente per godere fino in fondo il sapore del salume.

Prima di questo ultimo show nel quale sarei divenuto involontario protagonista avevo condiviso la mia vita in cella con una mosca “sono gli ultimi trenta giorni di vita, le dissi, rimani con me” Gustammo insieme un panino con la mortadella, non buona come ero abituato, ma entrambi ci mostravamo compiaciuti di questa prelibatezza concessami in via del tutto eccezionale.

Lei era divenuta confidente delle mie gioie, della musica celestiale che solo noi beati e fortunati riuscivamo a sentire.

Due giorni dopo interrogando l’angusto spazio con lo sguardo mi avvidi che la mia unica amica era morta e giaceva accanto ad un filo di mortadella che avevamo condiviso

Solo la sera di venerdì spingendo la testa fra le barre avevo notato un numero scritto in rosso 8888 e chiesto a satana, il capo dei carcerieri cosa volesse dire. Tra una risata   e l’altra mi spiegò che ero nel braccio della morte da otto anni, mi avrebbero ucciso fra otto giorni e la sentenza sarebbe stata eseguita con otto scariche elettriche potentissime che mi avrebbero annientato in otto secondi. Non ebbi neanche la forza di piangere e sprofondai il mio viso nel cuscino.

Sognare rappresentava il mio unico paradiso, quelle cicale che mi cantavano le nenie dolcissime nelle notti d’estate.

A quarant’anni avevo conosciuto Martina, commessa al Mac Donald della dodicesima strada, bella moretta con occhi verdi in contrasto affascinante col cappellino rosso e giacchetta blu e fu durante il mio frugale panino che mi si avvicinò e mi chiese -perché sei tanto triste-?

“Non immagini? sono solo e nessuno vuole avvicinarmi “

“io ti avvicino, ti chiamerò presto al telefono” aveva concluso riscaldandomi con i suoi occhi verdi.

 Dopo giorni a guardare il calendario, giunse la chiamata di Martina – certo che sarò bravo – “dai mi dicevo, dai schiuditi mio sogno”

Ero dinanzi la sua porta, jeans a festa, camicetta bianca, spruzzata di Chanel ed occhiali in tasca

“sei favolosamente bella “dissi non appena la sua dolce figura si parò sulla porta

“dai metti gli occhiali, mi disse, mi piaci lo stesso “

  • Ecco mi dicevo, sono un prediletto, un angelo mi viene accanto e mi ama – i suoi occhi emanavano profumi e note celestiali.

“sai cosa ti succederà quando sapranno che stai con un negro” dissi esitante

“mia madre capirà, “rispose Martina con un bel sorriso -adesso ti preparo una specialità, ricetta segreta della nonna-

“sai, le dissi, presto andremo via da qui, ti porterò nel Colorado, dove mio padre, anche se molto vecchio manda avanti una piccola fattoria, vivremo li, un paradiso, il vero paradiso cui ogni uomo può ambire”

Mangiammo la specialità  e bevemmo il vino che suo zio Guglielmo le aveva portato da Napoli.

Quello fu l’inizio della nostra intimità, la mia prima volta con una donna “per bene”

Durante la notte avvertimmo rumori strani all’esterno della piccola casa, scroscio di passi e brusii di voci, fui per alzarmi quando la piccola porta fu abbattuta e cinque loschi figuri si pararono ai nostri occhi.

Fummo presi a forza, un tipo che sembrava indiano mi gridò “sporco negro questa donna è per noi “qualcuno mi sferrò un colpo alla testa.

Mi risvegliai con le manette ai polsi, quattro carabinieri d’intorno e un lenzuolo bianco steso per terra,un lago di sangue, era Martina, dilaniata da ferite con gli occhi  sbarrati all’infinito.

Fui processato con rito frettoloso e sommario, testimoni affermavano che mi avevano visto entrare con Martina nella sua casa.

Fui condannato ad otto anni di reclusione nel braccio della morte, pronto allo scadere della data ad offrire la mia vita per un reato non commesso.

Nessuno credette alla mia verità tranne Lorenzo, un peruviano sorpreso a vendere droga nei bordelli di Chicago, che trovandosi dinanzi ad una rissa col morto era stato scambiato per l’assassino e riconosciuto l’unico colpevole, due storie simili dove a pagare viene scelto il debole

Alle mie lacrime che non volevano più scendere Lorenzo diceva “Tobia, ogni disperazione ha un senso, Dio vuole così – è proprio vero rispondevo non vedo l’ora di raggiungere il mio paradiso, ma quando avrò questo privilegio-?

“non sempre è chiaro il disegno di Cristo, sospirava Lorenzo, spesso non ci è consentito né siamo eletti a capire i suoi disegni, certamente ti premierà col paradiso”

Erano passati otto anni, ed alla mezzanotte di quel giorno il boia avrebbe scaricato sul mio corpo otto micidiali scariche elettriche che mi avrebbero ucciso nel tempo massimo di otto secondi.

Abbracciai Lorenzo che mi si inginocchiò davanti “che Iddio possa darti la forza di perdonare “

Percorrevo quei lunghi corridoi illuminati a giorno, non riuscivo più a contare i mattoni, mi sembravano una scia buia, un ingresso all’inferno ma pensando a Lorenzo mi sentivo bene, avevo avuto un dono dalla vita, conosciuto un fratello, un granello di umanità bello e caldo come il sole.

Giunti in una grande sala bianca fui sospinto su una sedia alta in ferro ai cui lati erano intrecciati fili elettrici. Mi furono bloccate le gambe, i polsi e la testa con guaine metalliche, mentre dinanzi ai miei occhi almeno una dozzina di persone erano pronte a guardare lo spettacolo, sarei stato protagonista, io che non avevo mai avuto peso per nessuno sarei divenuto intrattenitore. Non avevo più paura, non avevo pensieri, sentivo di dovere ridere e risi, piano ma poi sempre più forte.

Mi fu bendata la bocca, nel silenzio scorsi un uomo col cappuccio bianco, si chinò su di me, mi strofinò dell’alcol sulle braccia e mi guardò negli occhi. Ci guardammo, il suo affanno si univa al mio, il suo cuore era un tamburo quanto il mio, i suoi occhi entrati nei miei erano umidi di lacrime.

 Con la prima scossa, sentii saltarmi il cervello e poi scoppiarmi le vene, e ancora bloccarmi il respiro, ebbi la forza di implorare gli occhi verdi di Martina, non soffrii più cominciai a ridere felice, finalmente luci immense, fiori, musiche celestiali. Era lì, il mio paradiso, a portata di mano: i fiori si inchinavano al mio passaggio e le galline lasciavano che accarezzassi i loro pulcini. Un ruscello mi regalava una musica melodiosa ed intrappolava i raggi di sole distratti.

All’angolo della stanza il mio boia piangeva.

Guido Burgio

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