
Ti accorgi solo alla fine che è rimasta fuori la chitarra.
L’avevi messa in un angolo per proteggerla dal trambusto.
Ti monta il nervosismo, sotto la pioggia di un fine settembre che si è fatto scuro e freddo.
I piani sono saltati da subito.
Ti eri attaccato alla speranza che, essendo domenica, avresti trovato un posto per la Fiesta negli spazi blu ai confini delle telecamere ZTL, per poi raggiungere a piedi l’hotel di via degli Usberti.
Lujza si era scocciata di aspettare.
Lo sai quanto è stretto il corridoio, finisco sempre per inciamparci, ti aveva ripetuto con il suo accento da principessa magiara.
Tu traccheggiavi e inventavi scuse.
Quando hai trovato il coraggio di passare era troppo tardi.
In questo periodo esco presto, ho lo stage e non so mai quando torno, in Cineteca non hanno orari, ti lascio lo scatolone all’albergo qui vicino.
Non posso salire, neanche un attimo?
Domani porto il cartone a Zeno, il portiere, ricordati di chiedere di lui.
Non ti era sembrato vero di essere uno dei prescelti, e l’altra era Lujza
Vi aveva esaminato il nipote della proprietaria, incaricato di mettere a reddito l’immobile.
Inquartato e con arie da possidente, aveva fatto un casting in piena regola, manco fosse un regista di grido.
Poteva permetterselo, dopo l’esplosione di Airbnb.
Te ne eri accorto a tue spese, trovare un letto dentro le mura era come vincere la lotteria.
Dormivi da giorni su una brandina da tuo cugino Mirco che, ormai al quarto anno, si chiedeva in nome di quale solidarietà familiare dovesse dividere con una matricola il suo loculo in fondo a via Zamboni.
Ti eri sbattuto da un indirizzo all’altro, seguendo le piste dei siti di affitti e dei gruppi facebook.
Poi, a sorpresa, una buona dritta: in un appartamento di via Monte Grappa si erano liberate due stanze, e pure singole.
La fila dei richiedenti asilo arrivava fino in via Ugo Bassi.
Nell’androne di quella palazzina liberty in pieno centro cercavi un elemento distintivo che ti mettesse in risalto.
Quando hai visto sul suo tavolo la foto autografata di Savoldi, hai benedetto la tua passione per la storia del calcio.
Gli hai parlato dello scudetto del 1964, ne aveva una vaga idea e ti ascoltava incuriosito.
Allora hai calato l’asso e, di fronte all’aspirante possidente, tifoso senza infamia e senza lode, hai rievocato lo squadrone che tremare il mondo fa, capace di interrompere il dominio della scuola danubiana alle Mitropa Cup del 32 e 34.
Quello aveva appena messo a fuoco il mito di Bulgarelli e tu lo coglievi in contropiede, raccontandogli di Schiavio e Reguzzoni.
Gioco-partita-incontro.
Lujza si era assicurata la stanza in quanto Lujza, sottile e disinvolta.
Così avevi pensato quando vi eravate trovati per firmare il contratto.
L’inquartato mostrava una chiara preferenza per lei.
Lujza lo teneva a distanza come una regale schermitrice.
Certo, ti ci è voluto poco per farti trafiggere.
All’Orsa avevate trovato posto fuori, per festeggiare a lasagne e sangiovese.
Vi siete chiesti l’un l’altra perché avesse scelto proprio voi.
Le mie nobili origini ungheresi, aveva riso lei.
Tu avevi azzardato la domanda.
Ti piace il calcio?
Mi interessa, sennò che futura antropologa sarei?
L’avevi affabulata partendo da lontano, deciso a tenerla sulla corda.
Ti eri sentito sulle labbra gli occhi di lei.
Per concludere avevi puntato su Biavati, figlio di questa città, l’inventore del doppio passo.
El pasodoble, aveva esclamato lei, vari anni di danza alle spalle.
No, io no, per il ballo sono negato.
Mentre lo dicevi, impacciato, avevi avvertito l’ombra di una distanza.
Imprechi, la pioggia aumenta, ma la chitarra deve trovare una sistemazione adeguata, a costo di rifare tutto il bagaglio.
On the road again.
Da via Monte Grappa, a ben vedere appartata anche se a due passi dallo struscio, eri finito in un buco di via Petroni, la finestra affacciata sulla sua vita assordante.
In via Petroni si svegliano, cantava il Maestro, ma tu non riuscivi neanche ad addormentarti.
Per la tesi (ma perché in una materia tosta come procedura civile?) avevi bisogno di tranquillità.
Ti eri convinto che l’avresti trovata fuori le mura, risparmiando anche un po’.
Quella camera in subaffitto, zona San Donato, sembrava adatta.
Senza contratto, però.
Fuori le mura, fuori dal mondo, per chi aveva avuto il meglio dietro l’angolo: le proiezioni in piazza Maggiore, i locali del Pratello, le collezioni di Salaborsa.
Mi laureo, ti sei detto, poi si vedrà.
Il poi è arrivato prima del previsto, l’inquilino comunale che ti ospita l’altro giorno ti ha chiesto di andartene, teme che in Municipio lo sgamino.
Malvolentieri, Mirco ti ha prestato la macchina.
Col sole, hai preso il bus per la Certosa, dove tiene parcheggiata, gratis, la sua vecchia Fiesta.
Neanche un buco tra Lame e Riva di Reno: ti sei arreso alle esose tariffe del Rondone.
Quindi a passo svelto verso via degli Usberti, dieci minuti.
Sono bastati perché il cielo si rabbuiasse.
Uscito dall’hotel, col cartone da reggere, hai trovato il diluvio.
I portici, quando piove, sono sempre meno di quello che si spera.
Sei rientrato bagnato nella Fiesta e, nel grigiore, ti sei diretto a San Donato.
Alla fine il portellone si chiude.
Sei fradicio, ma il nervosismo va scemando.
Con Lujza non sarebbe comunque durata.
La sua scuola danubiana, per te che in fondo sei un catenacciaro, è troppo impegnativa.
Ma dovevi proprio curiosare nel suo telefono, alla ricerca di quel ballerino uruguagio?
E farti pure beccare?
Enrico Marinaro

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