WEN – SCONFITTA – L’ultima corsa di Davide – Nabila Cini

Il tartan del campo di atletica di Rovereto brillava sotto il sole di maggio, come se volesse rendere onore a ogni passo, a ogni sogno. Davide Mastri lo calpestava da quando aveva tredici anni. Ora ne aveva ventiquattro, un passato da promessa e un presente da rincorrere.

Era una di quelle storie che partono dritte: talento precoce, record giovanili, convocazioni nelle nazionali under. A diciotto anni correva i 400 metri come se avesse il vento sotto le scarpe. Lo chiamavano “il fulmine trentino”. Ma poi, come succede nei racconti che cambiano tono, era arrivata la prima lesione muscolare. Poi la seconda. E la terza.

Il corpo non teneva più il ritmo della volontà.

Quella mattina, lo stadio era gremito per il meeting regionale. Davide si era iscritto contro il parere del suo allenatore, Luca, e anche contro la logica. Sapeva che non era al meglio, ma aveva bisogno di chiudere un cerchio. La sua ultima corsa, quella che avrebbe detto tutto, anche nel silenzio.

Lo stadio era un piccolo catino di provincia, ma per Davide era l’Olimpo. Il padre, in tribuna, stringeva il cronometro anche se da tempo non serviva più. La madre guardava le corsie come si guarda un figlio che si allontana: con speranza e paura.

“Non correre per vincere,” gli aveva detto Luca nel riscaldamento, “corri per capire chi sei senza il traguardo.”

Allo sparo, Davide partì forte, come sempre. La curva lo inghiottì, il respiro gli salì in gola, e per un attimo si sentì di nuovo ragazzo, leggero, libero. Ma a metà rettilineo il corpo cominciò a chiedere il conto. La gamba sinistra si fece pesante, il passo meno fluido. Gli avversari lo superarono uno a uno, come onde che non puoi fermare.

Arrivò ultimo.

Nessun applauso speciale, nessun premio alla carriera. Solo il fiato corto, il sudore negli occhi, e la certezza che non avrebbe mai più corso come prima.

Si sedette sul prato, mentre gli altri atleti si stringevano le mani. Nessuno venne da lui. Ma Davide non aspettava nessuno. Perché in quel momento capì che quella sconfitta, pur bruciante, era vera. E vera, per la prima volta dopo anni, era anche la sua pace.

Luca si sedette accanto a lui in silenzio. Dopo qualche minuto disse: “Sai qual è il tuo miglior tempo oggi? Quello con cui sei riuscito ad arrenderti.”

Davide sorrise. Non con amarezza, ma con una gratitudine sottile. La corsa l’aveva perso. Ma lui, forse, si era ritrovato.

Il tartan, sotto il sole, continuava a brillare.

Nabila Cini

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