WEN – SCONFITTA – Tra colleghi – MITI – Miriam Ticci

Se lo trova davanti all’improvviso sgusciato attraverso il pertugio della porta dell’ascensore, pronta per chiudersi automaticaticamente; all’interno solo loro due.

“Ciao, come mai qui? A che piano?” chiede, più per ipocrisia che per altro e pensa:

Cristo, un’altra volta tra i piedi! Proprio ora al momento delle nuove nomine! Ho lasciato l’IRAP sei anni fa per la delusione di vedermi soffiare da sotto il naso, proprio da lui, l’incarico di capo-ufficio…  ed ecco che questo foruncolo incistato rispunta qui, negli uffici IRPEF, con la sua dose di sanie e batteri a infettare i rapporti tra colleghi… odio quei suoi sguardi volenterosi e accattivanti da lacchè rivolti al responsabile dell’équippe… ogni sorriso ogni signorsi è un gradino superato… su su fino alla vetta!

“Ciao, ci ritroviamo; lavoro in questa sede da un mese circa… piano sesto ufficio diciannove… non ti avevo mai incontrato, ma sapevo che eri impiegato qui all’IRPEF… bei tempi quelli all’IRAP, vero?… Ho fatto carriera laggiù… poi un cambio di dirigenza e tutto è mutato… sfumato… non facevo più vita… me ne sono andato.”

E proprio qui dovevi finire, Cristo?!” mentre le sue labbra atteggiate a rammarico dicono:

“Mi dispiace per te (ma neanche un po’!!!)… non eri divenuto capo-ufficio (…a suon di sviolinature & company!)? Sarai giunto qui da noi con uguale funzione (ma quella vera è un’altra…  ruffi-ruffi!!!)

“No… magari…” risponde l’altro “Svolgevo le mansioni superiori… ma ero ancora impiegato semplice e il concorso interno per passare di ruolo avverrà all’IRAP solamente tra qualche anno… impiegato semplice… già … con questa qualifica sono venuto qui… mi sento degradato… ho il morale sotto i piedi…”. Lui lo guarda con espressione neutra sul volto (Allora… un po’ di giustizia a questo mondo… c’è!… Tanto sgomitare e leccare… per niente!), mentre le sue labbra stavolta realmente contrite dicono:

“Anch’io conosco le iniquità (e proprio grazie a te!)…” Poi, con lieve ironia che l’altro non coglie:

 “Ma vedrai… una volta inserito… farai la tua bella carriera (basta che tu trovi il superiore giusto da adulare). Io sono arrivato a destinazione, arrivederci (ma neanche all’altro mondo!!!)”.

È più forte di lui: proprio non ce la fa a provare un minimo di trasporto umano, un istintivo moto di empatia verso l’altro.

Eppure avrà avuto anche lui i suoi buoni motivi esistenziali per divenire lo zerbino che è” rimugina tra sé e sé. Mentre procede lungo il corridoio che porta all’ufficio, gli ritorna in mente un moncone di lamentela dell’altro, colto al volo molti anni fa durante una conversazione tra colleghi:

“Io sono sempre stato il figlio dell’ingegner Cecchi, il cognato del dottor Principato… mai che di me si ricordi qualcosa di buono importante, che sia farina esclusiva del mio sacco!”…

Ma chi sono io? San Francesco con il lupo?!!! Perché dovrei mettermi nei suoi panni e cercare di capire, come un Sigmund Freud de’ noantri, il perché e il per come di un ruffiano simile?! Così, nel frattempo, mentre io m’immedesimo in lui, mi fa le scarpe una seconda volta, lui! Che cuocia nel suo brodo! Ho altro a cui pensare, io!” Entra in ufficio, si siede alla scrivania e inizia il lavoro al computer; immerso nei suoi conteggi e controlli, però, avverte con disagio un forasacco puntuto e tenace che, affondandogli sempre più giù nell’animo, trafigge e sconfigge in lui il sentimento di umana solidarietà.

MITI – Miriam Ticci

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