
Che frasi terribili stanno pronunciando. Ma… riguardano me?
«È sopravvenuta la morte cerebrale. Il cuore batte ancora, ma il cervello non risponde agli stimoli.»
Sono distesa su questo letto, ostaggio di strani fili collegati al corpo. Ne percepisco la presenza.
E come glielo spiego a questi , che sono ancora viva?
Nessun muscolo risponde, nemmeno quelli che comandano la respirazione o l’apertura delle palpebre. Basterebbe un occhiolino. Un colpo di tosse. Ma non ci riesco.
Piangono tutti intorno a me. Li sento. Mi parlano. Li comprendo, ma loro no.
Probabilmente i miei sono già stati informati della possibilità che le macchine che mi tengono in vita vengano spente.
«Il tempo è un’illusione», dice qualcuno accanto a me.
Non riconosco questa voce.
Ritorno con la mente allo schianto di qualche ora fa. O forse era ieri. O un mese fa.
Chi sa quando è success? L’urto frontale in autostrada.
Un imbecille contromano. Un lui? Una lei? Chi sa se è morto.
La mente vaga, a ritroso, perché in avanti non riesce ad andare.
Non riesce a superare la frontiera e ad attingere ad un’anticipazione del grande segreto.
Quel segreto che nessuno, assolutamente nessuno, deve conoscere prima del tempo.
Qualcuno mi accarezza il viso. Se parlasse, potrei capire chi è. Non posso aprire gli occhi. Piange.
La riconosco. È Anna, la mia amica del cuore. Ieri sera siamo state tanto al telefono.
A parlare di qualcosa che ora sembra assurdo: la paura di invecchiare . Che argomento stupido.
La vita può fermarsi in qualsiasi momento, ma è un’eventualità che non prendiamo mai in considerazione.
E intanto io e Anna ci chiedevamo: Perché dovremmo nascondere la nostra età, come se fosse qualcosa di imbarazzante? Ricordo le risate, le proposte reciproche per restare giovani. Ma chi sa se era davvero ieri. Ho perso la nozione del tempo.
Quando mi è capitato un’altra volta di sentirmi così? Senza tempo, intendo. Sì, forse mentre aiutavo i miei figli a venire al mondo. Anche allora navigavo in un tempo sospeso. Forse piangevo. Sicuramente urlavo. Aspettando il loro debutto ufficiale sulla Terra. Credo di essere sola. Ora.
Non sento più voci, non sento tocchi. Solo il rumore delle macchine.
Forse mi sono addormentata. Provo a contare all’indietro, in barba alla loro “morte cerebrale”.
Che poi sarebbe la mia. Da che numero inizio? 10.987… 10.986… 10.985… 10.984…
Glielo faccio vedere io, se sono morta o no. Vado a ritroso. Ancora una volta.
La mia mente fugge all’indietro, a tutti i giorni in cui ho pianto. A quelli in cui ho riso. O ho amato.
A quelli in cui non ho dormito. Per amore, per i miei figli, per le preoccupazioni.
Chi sa chi era quell’autore che scriveva che una persona si distingue dal numero di notti insonni che ha trascorso ? Più ne hai, più hai vissuto , diceva questo qualcuno.
Ma queste mie notti ora valgono?
E soprattutto… quante sono?
Mi riaddormento. Forse.
Sogno. Forse. Qualcuno mi chiede cosa mi resta ancora da fare.
«Dove?», rispondo.
«Quando? Sulla Terra?» continuo a chiedere.
Qualcuno vuole sapere chi sono.
Inizio a parlare fluentemente. Mi sono sbloccata.
E mi sento dire: «Voglio essere reale. Viva. Viva! Ecco chi sono:
una donna che ha vissuto amori, paure, e tutta la sua storia con coraggio.
Ho due figli. Grandi, ma come tutti i figli, hanno ancora bisogno di me.»
«E poi?», mi viene chiesto.
«Poi cosa?», ribatto. «Cosa vuoi fare ancora, e a chi vuoi dare ancora?»
«Non capisco la domanda», rispondo.
«Hai bisogno di tempo per fare ancora qualcosa di importante sulla Terra? Per il genere umano, intendiamo.»
A questo punto capisco di trovarmi in un’altra dimensione.
Presto attenzione ai suoni, ma non sento più il bip bip delle macchine.
Ci penso.
E mi viene da rispondere: «Vorrei fare un corso di salsa e merengue. Lo voglio fortemente.
Poi voglio vedere i miei figli felici. Voglio restare ancora un po’.»
«Non basta», dice qualcuno.
All’improvviso sento una voce e vedo un signore che dice:
«La sua richiesta è stata respinta. Venga con me.»
Capisco. È finita così, questa mia avventura sulla Terra. Mi sento un po’ sconfitta.
Non sono riuscita a convincerli a farmi restare. Chissà cosa avrei dovuto dire. O fare.
Forse il corso di salsa e merengue non bastava.
E mentre mi portano chissà dove,
ho solo la forza di dire:
«Posso salutare i miei?»
Novella Vitale

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