WEN – SCULTURA – S. Purissima – Miti

S. PURISSIMA  di  Alimondo Ciampi  1876-1939  (foto di Roberto Venturi)

Era da tanto che lo aspettava e finalmente il segno era giunto, forte e chiaro, non quello che si sarebbe immaginato, ma pur sempre un segno.

Sul far del giorno era sceso nella piccola corte, sul retro della casa, e, aperto lo stabbiolo dei conigli per governarli, aveva visto l’orribile scena: una buca profonda nella terra battuta e sul fondo del gabbione, rialzato di una decina di centimetri dallo sterrato, sette coniglietti, morti, con le zampucce penzoloni giù dalle maglie della grata metallica alla base e al posto dei piedi i moncherini grondanti sangue e grumi nerastri. In un angolo l’unico piccolo sopravvissuto stava tremante in groppa alla madre, che tutta accoccolata nel nido di pelo e paglia guardava impotente lo scempio degli altri suoi nati.

Alimondo, ricoprendo di terra l’uscita del tunnel, “Maledette talpe! –pensò- ce l’hanno fatta a entrare nello stabbiolo e mordere i piedini dei cuccioli, tirandoli giù a forza e mangiandoli piede dopo piede, uno dopo l’altro; maledette!”; quindinell’orto seppellì  quel mucchietto di carne pelo e ossa in una buca profonda, non per pietà religiosa, ma per non dare quei miseri resti in pasto alle talpe: “Spregiose loro, spregioso io!”; infine, tornato al gabbione dei due superstiti, adagiò l’erba nella mangiatoia, cambiò l’acqua nell’abbeveratoio e intanto pensava…

No, io non mi farò tarpare né piedi né coglioni! Me lo dice sempre il mio maestro Bertone:Nel gruppo tu, Alimondo, piovuto a Firenze con la piena da quel di Sammoro a Signa, sei il miglior pezzo!e il Bertone non è il primo bischero che passa, lui d’arte se ne intende davvero.

No, io non resterò come alabastrino rifinitore nel laboratorio del Giorgi a Firenze e a Sammoro a dar di vanga nel tempo libero; queste mie mani sanno dar vita al bello e la mia mente lo sa vedere e immaginare. Hanno ragione il babbo e la mamma a dire che io, come alabastrino sono ricercato come il pane: le mie lampade di alabastro molato e inciso con le loro belle corde e le nappe di raso pendono dai soffitti di tante camere matrimoniali nelle case signorili della Toscana e oltre, perché la luce filtrata dal concavo vassoio di pietra traslucida è morbida e sensuale, concilia l’amore, -lo so bene ed è per questo che io guadagno più del doppio di un ferroviere!- ma non si vive di solo pane! No, io non mi accontento, so di poter fare di meglio e di più e voglio farlo; io, battezzato Arimondo e rinomato non a caso Alimondo, sulle ali della scultura mi farò conoscere per tutta la terra! È inutile che l’intera famiglia mi sia contro e che mi scoraggi anche la mia Clementina, che sposerò certamente al più presto, ma senza rinunciare ai miei sogni di scultore! No, non mi farò tarpare i piedi com’è successo a quei conigli… e nemmeno i coglioni!

Entrò Alimondo in casa, nella “prima stanza”, ove alla vista risaltava il massiccio tavolo in ciliegio, opera dello zio Falaride, mastro falegname; lì intorno nella stagione inclemente si radunavano nei dì feriali le donne di casa e le vicine, dalle neonate alle vecchierelle, a chiacchiera e a far “la treccia in tredici”(1) coi fili di paglia. Quel giorno, il caldo e lucido piano di ciliegio era sgombro; vi spiccava, però, al centro, un piccolo blocco di alabastro di 10 cm. per 14 e alto 16, che, scartato dalla lavorazione per le sue modeste dimensioni, era stato portato a casa da Alimondo, colpito dalla straordinaria opalescenza della pietra, attraverso cui i raggi di luce filtravano in modo eccezionale, evidenziandone la sfavillante trasparenza.

Il giovane era solo in casa e in quel silenzio “vide” nel blocco di pietra un’immagine.

Un amico, lo scultore siciliano Domenico Trentacoste, gli aveva mostrato alcuni giorni prima una riproduzione della “Annunciata” del pittore Antonello da Messina e quel quadro s’era attaccato all’anima di Alimondo, che spesso rivedeva nella mente quelle mani “parlanti”, quello sguardo in tralice lievemente strabico, le pagine del libro che scompaginandosi suggerivano l’arrivo in volo dell’arcangelo Gabriele e soprattutto il velo con quelle pieghe a piombo a incorniciare l’ovale del viso della Vergine e a dare forma e volume al busto fino al petto.

Alimondo riposò gli occhi sull’alabastro, poi prese le subbie gli ugnati la scuffìna e tutti gli altri “ferri del mestiere” e iniziò a modellare la materia, togliendo “il superchio”, come aveva insegnato Michelangelo Buonarroti.

Lavorò di buona lena senza interruzioni fino al “lustro”(2) e solo allora si fermò guardando la “sua” Vergine. Essa aveva il volto più incastonato nel manto e più inclinato sul collo, non eretto ed evidente come nell’opera di Antonello; era l’effige pura di una bambina, ma lo sguardo fermo, accorato e rivolto verso il basso la mostrava in profonda meditazione, pronta a seguire il proprio destino e nel contempo consapevole del dolore straziante che avrebbe provato; le sopracciglia convergenti verso lo spartiacque del piccolo naso, aggettante come le labbra tumide e la punta del mento ove terminava il perfetto ovale del viso, ne facevano “cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare”. Anche il manto della Madonna di Alimondo copriva e dava volume a tutta la figura dalla testa fino a sotto le spalle, com’era nell’Annunciata del pittore messinese, ma, a differenza del velo dipinto da Antonello, la cappa scolpita, nella sua parte alta, a mo’ di cappuccio incorniciava viso e chioma della Vergine con un morbido drappeggio, le cui estremità stondate si chiudevano combaciando in un bottone-gioiello al centro dello scollo dell’abito; il  retro, invece, semplice, con le sue pieghe a perpendicolo scivolava giù lungo la schiena, dandole forma e volume. L’èrma finiva in uno zoccolo aggettante, che le faceva da base di contorno e, sul lato sottostante il viso, l’artista aveva scritto “S. PURISSIMA”.

Era quasi ora di pranzo e Alimondo incollò sotto la sua madonna una base scanalata di granito, a occhiatura media grigia e bianca, alta circa un centimetro e mezzo, già preparata il giorno prima, come se “un’anima” glielo avesse suggerito.

Verso il tramonto egli ritornò nella prima stanza per vedere se la colla aveva fatto presa e rimase incantato: i raggi del sole battevano sulla madonnina ed evidenziavano il lungo collo opalescente e tutti i particolari del delicato ovale e dei boccoli inanellati sotto il manto, mosso dal contrasto tra luci e ombre nelle pieghe. “T’ho fatto proprio come t’avevo in mente! –rise soddisfatto- Io sarò, anzi sono uno scultore!”.

Arrivò sua cugina Beppa, sposa novella, e Alimondo le offrì l’èrma: “Ecco, questo è il mio dono di nozze! Tienne di conto!”  La Beppa ringraziò dicendo “È una bella Madonna, ma troppo giovane e troppo triste! Comunque grazie e, quando la guarderò, penserò a te, alabastrino.” Alimondo con l’indice destro alzato “Te lo ricordi quando, poco prima di diventare alabastrino, stufo di fare l’ortolano con un calcio rovesciai la cesta dei prodotti dell’orto, perché non volevo andare più al mercato centrale a venderli? Ecco… tra poco farò lo stesso con gli attrezzi per lavorare l’alabastro… io sono uno scultore, non un alabastrino! Parola di Alimondo Ciampi!”.

Note:

(1) La treccia in tredici: era una tipica lavorazione eseguita con tredici fili di paglia dalle più abili trecciaiole, lavoratrici a domicilio, di Signa e dintorni, ove dal XVIII fino alla prima metà del XX secolo prosperò l’industria della paglia, che produceva il famoso “cappello di paglia di Firenze”, esportato in tutto il mondo.

(2) Lustro: Lustro: era la parte finale del lavoro, quello della lucidatura, eseguita con  “il lustro”, un composto di ossa spugnose di bue cotte e triturate finemente, mescolate a scaglie di sapone di Marsiglia; inumidito con l’acqua, il lustro diveniva una crema da spalmare sull’oggetto di alabastro, che poi veniva strofinato energicamente fino a farlo divenire translucido.

Una risposta a “WEN – SCULTURA – S. Purissima – Miti”

  1. il racconto inizia con accuratezza, passa dal mostrum, meraviglia, sino all’?” incanto “

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