
Carlo lasciò cadere le braccia lungo i fianchi, alla vista del pezzo di marmo e degli utensili che avrebbe dovuto usare.
Scalpello, scalpellini, martello, per lui, appena capace di cambiare una lampadina, e che, davanti alle istruzioni dell’IKEA, sudava freddo, era troppo.
Sbirciò il principiante al tavolo accanto, che sbozzava il suo blocchetto con piccoli colpi, e sentì una fiammata d’invidia attraversarlo dai piedi alle tempie, dove si trasformò in un dolente cerchio ferreo attorno alla testa che, sapeva, lo avrebbe accompagnato per il resto della giornata, ricordandogli quanto fosse inetto.
Chi me l’ha fatto fare?
La domanda tornò a pungolarlo.
Il ricordo del litigio furioso con Anna lo indusse a soffermarsi sulle critiche che gli aveva lanciato prima di afferrare pupo, valige e scomparire.
Buono a nulla, sfaticato.
Non era colpa sua se aveva vinto il concorso ed era stato assunto all’anagrafe, un lavoro sicuro e poco impegnativo.
Proveniva da una famiglia di passacarte, non c’era una cassetta degli attrezzi vera e propria in casa, e non ricordava di aver mai visto suo padre con un cacciavite in mano.
Il lavello perdeva acqua? Si chiamava l’idraulico.
Cosa pretendeva Anna? Che dopo sposati sarei diventato un tuttofare?
Lo scontento era iniziato già durante il primo anno di matrimonio, nel quale lui, brillante uomo da bar con la parlantina sciolta, aveva rivelato la sua natura di imbranato alla neo-moglie, alla quale aveva delegato la gestione della casa, con la scusa: “son cose da donne”.
Gli attriti erano cresciuti, finché un giorno, di ritorno dalla fabbrica, la donna aveva trovato il loro bebè che strillava viola in volto, e lui bello tranquillo seduto in poltrona, che l’aveva accolta con: “Amore! Aspettavo te perché sei più brava a cambiarlo”.
Quella volta la battuta non aveva funzionato e lei se n’era andata.
Sono qui per dimostrare a me stesso che non sono un disastro, posso farcela.
Durante la teoria, era stato suggerito agli allievi di vedere la figura che si celava all’interno della pietra, e a lui era sfuggito: “un cavallo al galoppo”.
Non sapeva che avrebbe dovuto poi realizzarlo.
Eh, sì, di fantasia ne ho sempre avuta tanta, per inventarmi spiritosaggini, intrattenere conversazioni brillanti, solo che non è sufficiente nella vita di tutti i giorni.
Adesso lo aveva capito e nel modo più doloroso.
«Allora Carlo, come va questo Pegaso?» L’istruttore si fermò davanti al marmo intonso.
«Non so da che parte rifarmi» ammise lui a capo basso.
«Qualunque parte va bene, siete tutti allo stesso livello.» Gli mise gli attrezzi in mano, «Foza batti!»
Lui obbedì e la prima scheggia partì.
«Continua.» L’uomo gli rimase accanto finché non fu in grado di proseguire da solo.
Durante il rientro, d’impulso Carlo deviò verso l’abitazione dei suoceri, dove Anna era tornata.
«Che vuoi? Non riesci a trovare una nuova sguattera?» l’accolse ostile la moglie.
«Tieni l’ho fatto per te.» Dalla tasca tirò fuori quel che era riuscito a realizzare: un rettangolo con un foro sghembo che delimitava quelle che avrebbero dovuto essere gambe. Somigliava più a una pecora che a un cavallo.
Furono però le sue mani, piene di escoriazioni e tagli, ad attirare l’attenzione della donna. «Santo cielo! Che hai fatto?»
«Nulla, nulla. Sto imparando. Per mandare avanti una famiglia non bastano le parole, ci vogliono i fatti.»
L’espressione di lei si addolcì.
«Grazie.» Si rigirò la statuina tra le mani poi spalancò la porta. «Vieni, accomodati, stavamo per metterci a tavola.»
Laura Gronchi

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