WEN – SCULTURA – Il David – Maila Meini

Stamani, alle 8.40, ben coperta, sono uscita di casa. Un tiepido sole primaverile mi ha accolto stupendomi piacevolmente; perciò, via la berretta di lana, via i guanti, ho raggiunto velocemente la fermata del 30. Ho atteso solo pochi minuti e, mentre dal fondo dello stradone vedevo ingrandirsi piano, piano il muso giallo dell’autobus in arrivo, una lieve apprensione mi ha sfiorato.

“Ci saranno quelli del gruppo?”

L’autista si è fermato al mio cenno, forse superfluo (ma… meglio aver paura che toccarne, no?) e sono salita.

Quattro persone in tutto.

“Avrò sbagliato orario?”

Tre penosi secondi di apnea, poi quattro teste si sono voltate e all’unisono mi hanno rivolto lo stesso caloroso sorriso.

Erano Debora, dai lunghi capelli neri, Laila, dichiaratamente propensa a fraternizzare (sorellizzare ci starebbe meglio) per merito della somiglianza dei nostri nomi, Luca, il capo del gruppo B e un altro che per il momento non ho potuto conoscere perchè le due signore (nipote e zia, ho saputo poi) mi hanno monopolizzato immediatamente, coinvolgendomi in una simpatica conversazione, tipo il gioco “Parlo io, parli tu”, scambio vicendevole di notizie, aneddoti, curiosità su San Vincenzo e Campi, esperienze personali di vita familiare e lavorativa.

Il tempo è volato e la strada pure: il nostro piccolo gruppo chiaccherino, sceso al capolinea della stazione di Santa Maria Novella, si è agevolmente insinuato fra strade e stradine, ha tagliato di traverso il mercatino di San Lorenzo ed è confluito con altri che arrivavano alla spicciolata in una comitiva ben più ampia che già stazionava di fronte all’ingresso della Galleria dell’Accademia.

Mentre i capigruppo facevano l’appello, le persone, come api in un alveare, sciamavano qua e là, scambiandosi saluti, abbracci e convenevoli. Non sono rimasta ai margini, la tentazione ha avuto vita breve: mi sono lasciata trasportare dall’onda in movimento, mi sono presentata stringendo mani e restituendo sorrisi.

Come immaginiamo Mosè, saldo nella sua fede e certo della propria investitura, abbia diviso le acque del mar Rosso, così Debora con poche parole e pochi cenni, ha separato il gruppo A, che cura direttamente, dal B, poi ognuno ha seguito la propria guida all’interno di un grande ambiente simile a una chiesa a croce latina, i cui bracci laterali e la Galleria occupano gli spazi un tempo appartenenti all’ospedale medievale di San Matteo (parole di guida).

Dietro un angolo ci aspettava la Tribuna appositamente costruita a fine ‘800 per ospitare la statua michelangiolesca del David.

Ed eccolo, in tutta la sua maestosità, David, sfiorato dai raggi del sole che scendono, dall’enorme rotondo lucernario che lo sovrasta, a carezzare amorevolmente la serica bianca pelle di marmo del giovane eroe biblico.

È enorme! Quattro metri d’altezza.

È sproporzionato! Su un corpo perfetto, una testa grossa sormontata da una criniera di riccioli ribelli impediscono agli occhi di sfuggire alla profondità del suo sguardo che sfida con aperta decisione il nemico da abbattere.

È straordinario! Nelle mani di una spaventosa dimensione, soprattutto la destra, su cui sembrano pulsare tendini e vene nella spasmodica attesa di poter finalmente lanciare il sasso che le dita appena contratte trattengono.

È amore a prima vista!

Seguo recalcitrante il gruppo e la guida nel proseguimento della visita.

Non riescono a coinvolgermi più di tanto il San Matteo e i quattro Prigioni, le altre opere di Michelangelo, rimaste incompiute.

Avverto chi mi è vicino in quel momento, torno sui miei passi e mi perdo nella contemplazione del giovane gigante, finchè non vengono a trascinarmi via.

“Tornerò, stai sicuro!”

Maila Meini

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