WEN – SCULTURA – Terribilità – Luigi de Rosa


Michelangelo ce l’aveva fatta. Era riuscito a far ruotare la testa alla statua del suo Mosè.
Non era stato facile, ma doveva essere fatto. Solo girandola lo scultore avrebbe potuto impedire che lo sguardo del Profeta indugiasse su quella Chiesa corrotta e superstiziosa che stava conducendo il mondo alla rovina. Guardando verso sinistra, con lo sguardo rivolto verso la finestra, alla luce, allora la sua opera avrebbe guardato alla speranza di un futuro migliore.
Eppure Michelangelo non era pienamente soddisfatto.
Aveva realizzato un’opera così straordinaria, un uomo con uno sguardo così assorto e penetrante, da voler conoscerne il pensiero.
Aveva già compiuto un’opera straordinaria nel fargli girare la testa, perché non compierne un’altra facendolo parlare?
Si avvicinò con il martello in pugno. Sapeva che quello che stava pensando era una follia, ma lavorare per la Chiesa, nonostante i suoi impulsi personali, e mettere la sua nobile arte al servizio di corrotti e ipocriti erano follie ancora più grandi.
Sbattè violentemente il suo attrezzo sul ginocchio bianco di Mosè. <Perché non parli?>
Quello che accadde dopo gli mozzò il fiato.
La testa che con tanta fatica era riuscito a voltare, ruotò.
A Michelangelo parve che il tempo stesse andando al contrario, osservando la statua che tornava nella sua posizione originaria. Vide la barba cessare di essere tirata dalla mano che teneva le Tavole dei Dieci Comandamenti e uniformarsi.
Ma la testa non si fermò nel punto in cui era stata inizialmente scolpita. Continuò a ruotare finché quegli occhi chiari non si posarono su di lui.
Allo scultore fiorentino il cuore stava per esplodere nel petto.
<Vuoi che parli?> disse la statua, con una voce così profonda da poter inghiottire tutta la stanza.
Michelangelo arretrò.
Ciò che credeva fosse fisso e immobile ora si stava alzando in tutta la sua altezza. Aveva scolpito il Profeta più alto di qualsiasi altro essere umano, della stessa altezza di Golia.
Mosè si guardò intorno, poi guardò la sua stessa persona.
Poi il suo sguardo si posò nuovamente sullo scultore. <Chi sei tu? Perché sono completamente bianco?>
Il suo braccio destro non lasciava le Tavole della Legge, ma ora le dita non erano più ingarbugliate nella barba di marmo, ora così lunga da arrivare al pavimento
Michelangelo non riusciva a parlare, limitandosi a balbettare. <Mic….Michel….angelo>
Mosè non parve gradire quel nome. <Che strana lingua la tua. Anche se mi rendo conto che anch’io la sto usando, anche se non ricordo di averla mai udita>
Michelangelo riprese il controllo delle sue corde vocali. <State parlando la lingua italiana, lingua del vostro scultore e del territorio da cui proviene il marmo di cui siete fatto>
l’omone fece per avvicinarsi a colui che si era definito il “suo scultore”, ma inciampò. Le Tavole della Legge gli scivolarono di mano e caddero con un frastuono nella sala.
Mosè fissò i suoi piedi. <Perché ho una gamba più piccola?>
Lo scultore lo fissò con imbarazzo. <Perdonatemi. Non ho avuto il tempo per completarvi, così ho usato la vostra veste per coprire questo difetto. Mai mi sarei aspettato che vi sareste alzato in piedi>
Mosè si chinò a raccogliere le Tavole. <Sono cresciuto balbuziente. Sono abituato ai difetti. Ma ora dimmi: come posso uscire di qui?>
Michelangelo si chiese dove volesse andare quella possente statua. Ma oltre ad essere un uomo possente, era anche uno dei Profeti della Bibbia. <Per di qua>
Iniziò a camminare verso l’esterno del palazzo, seguito a ruota dal gigante zoppicante.
Una volta usciti dal suo laboratorio, Michelangelo si aspettava che Mosè si sarebbe sentito spaesato e che l’avrebbe riempito di domande.
Invece gli unici spaesati erano gli abitanti di Roma che sfortunatamente si trovavano a passare lì davanti. Alla vista del colosos bianco fuggirono gridando. Presto sarebbero sopraggiunte le guardie papali.
<Perdonateli. Loro….non sanno quello che fanno> riuscì solo a dire.
Le parole del Cristo sulla croce erano le prime che gli erano venute in mente.
<Lo so. Gli abitanti di questa città sono smarriti proprio come quelli che ho liberato dalla schiavitù in Egitto. Ormai erano talmente abituati ad essere schiavi che, non appena hanno potuto, si sono creati un nuovo dio e padrone. Tu e i tuoi simili servite questo….Papa, e nonostante sia eletto da pochi uomini corrotti, voi dite che parla per Lui. Ma io ho parlato con il Signore, e posso dirti che nessuno di coloro che hai servito con così grande fervore, è mai stato degno del potere che gli è stato attribuito>
Lo sguardo della statua era ora furente.
<Come sapete tutto questo?> chiese Michelangelo, spaventato da quell’espressione.
La testa che lui era riuscito a girare, e che ora si muoveva con grande libertà, si posò su di lui. <Tu mi hai scolpito. Mi hai dato il tuo volto, e con esso i tuoi pensieri, la tua rabbia, il tuo disgusto per questa città e per i suoi padroni, che tu servi per puro guadagno, nonostante quello che hanno fatto alla tua città>
Michelangelo si sentì molto piccolo davanti alla sua creazione. E non perché l’aveva realizzata così alta, ma perché quello sguardo lo stava giudicando. Lui aveva voluto girare la testa per punire la Chiesa per i suoi peccati, ma anche lui lo era.
Mosè afferrò saldamente i Dieci Comandamenti con entrambe le mani. Le alzò al cielo, come a volersi coprire dal sole. Poi le gettò per terra.
Una voragine si aprì. La terra iniziò a scuotersi come se sotto di essa ci fosse una battaglia tra le forze della Natura.
Mentre accadeva tutto questo, Mosè portò le mani alla testa e spezzò le due corna che Michelangelo aveva scolpito. <Le corna appartengono al Diavolo, a me i raggi del sole> disse, prima che il terremoto distruggesse le sue gambe, le sue braccia e quella testa su cui lo scultore di Firenze aveva così duramente lavorato.
Michelangelo lo vide sgretolarsi. Vide come tutto il suo lavoro fosse finito in pezzi. Si guardò in giro e vide le case e le chiese distrutte, crollate su loro stesse.
Roma stava cessando di esistere. Quel luogo di perdizione e corruzione così simile a Babilonia, Sodoma e Gomorra, le avrebbe seguite nel loro destino diventando cenere.
Chiuse gli occhi, e aspettò che la fine arrivasse.

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