
Alla piccola fu detto che sua madre non poteva venire a trovarla, abitava a Roma, che non aveva il denaro per poter arrivare fino a Gorizia. La piccola pensò che spettasse a lei andare a trovarla. Chiese alla sua migliore amica, se sapesse dov’era la stazione dei treni.
«È in fondo al viale che Pietro fa ogni mattina per portarci all’asilo» disse Isabella.
«Sicura?»
«Certo. Perché, cosa vuoi fare?»
«Voglio andare dalla mia mamma.»
«Dove?»
«A Roma.»
«Vengo con te. La mia sta a Gorizia.»
«Allora partiamo stanotte» disse Teresa.
A un gruppo di ragazzette non sfuggì quel colloquio serrato.
«Di che cosa parlate?» chiese Cinzia.
«Stanotte scappiamo. Andiamo a casa» disse Teresa.
«Scommetto che non ne avreste il coraggio. Le suore vi prenderanno e vi ammazzeranno di botte» disse Cinzia.
«Invece sì borbottò Teresa» e le fece la linguaccia.
La piccola Teresa quella sera, si addormentò ancor prima di sentire la suora russare. Era già l’alba quando si svegliò di soprassalto. Si guardò attorno, le bambine dormivano, ma non Isabella.
«Dai alzati, sbrigati» le disse.
Si prepararono in fretta. Percorsero il dormitorio come volando. Attraversarono il salone che dava sul cortile. Raggiunto il portone tolsero la spranga, lo aprirono ed erano sul viale che conduceva al cancello della libertà. La felicità che Teresa provava le scoppiettava nel petto. Non riusciva a credere: era Alice nel paese delle meraviglie, Alice che per la prima volta vedeva l’alba, che volava sulle ali di un nuovo giorno.
Le braccia che agitava erano le ali della rondine che si librava da un albero all’altro, lei, la felicità che aveva preso le sue sembianze.
Isabella la seguiva, apatica.
«Dai, corri, muoviti.»
Pietro in bicicletta stava per raggiungerle.
«Isabella, nascondiamoci, presto.»
Teresa lanciò uno sguardo sulla pianura cosparsa dagli alberi. Si mise dietro quello più massiccio ma l’uomo la vide lo stesso.
«Che cosa ci fai qui?»
«Vado a comprare il latte» disse Teresa.
Pietro continuò a pedalare.
Le piccole ripresero a correre.
«Teresa, fermati. Girati» gridò, ad un tratto, Isabella.
La piccola si voltò: il colore nero oscurava il cielo, dipingeva gli alberi, incatramava la via. Una sfilza di suore marciava a braccetto lungo la strada. Acciuffarono le bimbe e le infagottarono dentro lunghi mantelli neri.
Adesso, nel guardaroba del collegio, Isabella era in piedi fra due armadi, con la faccia contro il muro. Teresa nella vicina veranda, si affacciava alle torri di un castello sulle colline di Gorizia. La piccola sognava di essere una principessa che era stata catturata. Picchiettava contro i vetri per attirare l’attenzione della gente sottostante. Di quando in quando si mostrava alle suore.
Un giorno Isabella la vide con la coda dell’occhio, quindi si girò e la guardò con lo sguardo minaccioso. Teresa abbassò la testa. Rientrò nella veranda. Camminava su e giù, guardava e toccava ogni oggetto. Manichini, tende, ferri da stiro, rotoli di spago, cotone da rammendo. Nei cassetti di un mobile trovò degli aghi, spilli di vario genere, forbici piccole e grandi. Sospirò. Si lasciò prendere da un nuovo senso di solitudine.
Si accasciò a sedere su una panca coperta con una tovaglia a quadri. Le gambe a ciondoloni colpirono un arnese che attrasse la sua attenzione. Scattò in piedi, sollevò la stoffa: si era messa su un baule e aveva urtato contro la serratura. Lo aprì. Era stracolmo di stracci. Ci affondò le mani. Che meraviglia. Avrebbe costruito bambole e bambolotti, non sarebbe stata sola.
Presa dal lavoro, linguetta fuori dalle labbra, creò il busto della nascente bambola. Lo completò con spilli da balia ruotandola su sé stessa, le chiuse il collo con lo spago. Infine trasformò in braccia e gambe il passamano imbottito per l’arredo dei tendaggi.
Il giorno in cui, espiata la sua colpa, Teresa fu liberata, aveva la sua bambola. Per distinguerla, nel caso in cui le compagne gliela avessero presa, le fece un minuscolo strappo sui piedini.
Antonietta Toso

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