WEN – SICCITÀ – La tragica fine di H.H. – Giovanna Checchi

A Minerva Hamilton Hoyt (1866-1945),

che ha dedicato la sua vita a preservare le aree desertiche della California

Era tardo pomeriggio e mancava circa un’ora di volo al suo rientro a Los Angeles quando Henry si rese conto che, nell’aereo che pilotava, c’era qualcosa che non andava. Rumori strani sulla sua sinistra, seguiti da un fumo nero… Purtroppo erano segnali che non davano molte speranze: il motore era andato. Gli rimaneva, però, quello di destra. Prima che accadesse l’irreparabile, Henry tentò un atterraggio di fortuna. Certo non sarebbe stato facilissimo, in quella zona rocciosa e desertica, e lui aveva sì il brevetto e tante ore di volo al suo attivo ma non era certo un pilota professionista. In quel momento stava sorvolando il deserto del Mojane.  La fortuna non pareva dalla sua parte, quel giorno.

La ruota della fortuna pareva aver accelerato il suo inquietante e imperscrutabile ritmo cambiando repentinamente direzione.

La sera precedente a Las Vegas, circondato da attricette e modelle scollacciate e provocanti, seduto al tavolo verde aveva vissuto ore memorabili. Aveva vinto sia alla roulette sia al baccarà. Sembrava baciato dalla fortuna.

Proprio lui, che, come unico erede di una ricchissima famiglia di banchieri bostoniani, era già nato con la camicia! E le ragazze che pullulavano intorno ai tavoli in cerca di qualche pollo da spennare si chiedevano chi sarebbe stata la fortunata che avrebbe cenato e magari trascorso la notte col giovane miliardario che quella sera pareva sfacciatamente fortunato.

Henry Hamilton era un assiduo frequentatore dei casinò. Tutto il bel mondo lo conosceva. Scapolo trentenne, ricchissimo, bello ma freddo come un iceberg. Cuore di pietra, secondo i suoi numerosi conoscenti. Giocatore e fumatore incallito, sempre annoiato nonostante gli agi che lo circondavano e i mucchi di dollari spesi con tanta facilità, a destra e a manca, con un’indifferenza invidiabile. Tante donne ma nessun amore, tanti conoscenti e nessun amico.

Un mostro di freddezza, di cinismo, di aridità. Se fosse morto in quel deserto ben pochi l’avrebbero rimpianto.

L’atterraggio riuscì a meraviglia. Quando Henry, lucidamente, pensò a come passare la notte in quel deserto sconosciuto si rese conto di avere a bordo un plaid scozzese e un thermos contenente un litro del suo tè preferito. Freddo. Non era un granché e quindi Henry si augurò che qualcuno si rendesse conto del suo ritardo, della sua ingiustificata assenza.

Ma chi? L’ultima fidanzata era abituata ai suoi capricci, all’eterno tira e molla che contraddistingueva il loro rapporto altalenante, senza futuro.

Paul, il maggiordomo, sapeva (per contratto) che non doveva mai chiedere a che ora sarebbe rientrato. Il cuoco (per contratto) teneva sempre il frigorifero pieno di prelibatezze e cucinava diligentemente qualcosa che poi veniva, regolarmente, buttato se il signore non lo consumava entro tre ore. Quella sera, nella villa con piscina di Los Angeles, un superbo roastbeef con la sua salsa al whisky campeggiava in cucina su un vassoio d’argento. Ancora due ore e sarebbe stato buttato. Nessuno poteva degustare i suoi piatti, solo lui!

Strane idee e associazioni mentali affollavano e attraversavano la testa di Henry mentre camminava in cerca di acqua. Gli vennero in mente le risate dell’ultima serata, in compagnia di quelle due escort che gli erano state consigliate dal direttore dell’albergo. Rivide, come in un film, i giorni del college, le sue partite di football, le sue numerose vittorie dei tornei di tennis quando viveva ancora con i genitori a Boston, la ragazzina del primo bacio.

E ora che camminava, stanco, con delle scarpe improbabili, inadatte a una camminata nel deserto, con il thermos ormai vuoto, si rendeva conto della futilità delle sue azioni, della sua intera vita sprecata.

Non aveva mai fatto niente per gli altri.

Non aveva veramente amato nessuno.

Aveva sopportato i suoi genitori, al limite aveva rispettato i suoi nonni, ma di amore proprio non si poteva parlare. Aveva sfruttato il suo cognome e tutte le opportunità ricevute grazie alla sua posizione sociale: regali, vacanze, inviti, omaggi.

E ora vagava in un deserto sconosciuto, senza speranza, alla ricerca di acqua. Proprio lui che pasteggiava ad alcolici! Che beffa!

Ma una cosa gli fu chiara mentre iniziava a sentirsi stanco, inciampando senza più senso dell’orientamento, in rocce e sterpi con la paura del buio che stava avanzando: se fosse sopravvissuto avrebbe fatto del bene, sarebbe stato generoso, bravo, paziente, affettuoso. Avrebbe amato, si sarebbe fatto amare da tutti. Se fosse stato credente avrebbe anche fatto un voto: “Salvami, o Dio, e ti prometto che…”. Ma ogni giuramento, ormai, sarebbe stato vano.

Non c’era acqua da nessuna parte. Siccità? Certo tutti avevano detto che quel maledetto anno aveva piovuto pochissimo e molte nazioni stavano già razionando l’uso dell’acqua. Ma comunque la massima sfortuna era stata atterrare in un deserto. Non poteva sperare in un aiuto celeste. Non avrebbe nemmeno potuto augurarsi un intervento terreno, perché nessuno lo stava aspettando.

La sua indifferenza verso il mondo gli si era ritorta contro, come un boomerang. Già, ne aveva uno da ragazzo, regalatogli da chissà chi, che teneva appeso su una parete della sua camera da letto. Ma chi glielo aveva regalato?

Stramazzato a terra, nel delirio che precedette la sua prematura morte, pensò all’Australia. La sua mente vagò tra canguri e maori e approdò finalmente all’oceano.

Acqua turchese, meravigliosa, profonda. Gli parve di nuotare a lungo, tra pesci meravigliosi e surfisti super atletici, ma in realtà, in quel deserto infernale, non era più in grado di muoversi, né di pensare. La lenta agonia terminò lasciandogli uno strano sorriso sulle sue labbra riarse e inaridite. Nel delirio finale aveva immaginato di immergersi e nuotare in quell’acqua, a lui sempre sfuggita, ora e nella sua vita.

Il teschio gigante del Joshua Tree National Park.

Lo trovarono alcuni giorni dopo alcuni escursionisti che erano andati a visitare il Joshua Tree National Park. Lo trovarono ai piedi di una roccia famosissima che volevano fotografare: il teschio gigante. Quando la notizia della prematura, e assurda, scomparsa del miliardario Henry Hamilton apparve sui giornali e venne diffusa dai media, molti pensarono che un uomo così arido non avrebbe potuto morire che in un deserto.

Alcuni, poi, furono colpiti dalla singolare circostanza che la morte lo avesse colto proprio davanti alla roccia che sembrava un teschio, quasi un “Memento mori” pietrificato che s’innalzava enorme, gigantesco, davanti a quel miserabile cadavere.

di Giovanna Checchi

Una risposta a “WEN – SICCITÀ – La tragica fine di H.H. – Giovanna Checchi”

  1. La vita è strana, il racconto bello!

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