
L’afa era ai massimi storici e l’umidità si poteva tagliare con le cesoie per fare giardinaggio da quanto era spessa, pastosa e densa, che il giardinaggio tanto non potevi farlo, era troppo caldo, a qualsiasi ora del giorno e della notte, mancava il respiro, mancavano le forze e mancava l’acqua. Siccità a livelli apocalittici. Ogni giorno il bollettino era sempre più pesante. E ogni giorno anche le energie di tutti noi, costretti su una terra che avevamo ridotto a un forno, erano sempre più flebili. Io ogni tanto guardavo Elvis, il mio piccolo pesce rosso, regalatomi anni prima da Elvira, uno dei pochi ricordi di lei che non avevo abbandonato, e pensavo a quanto fosse fortunato lui a nuotare nella sua palla di vetro piena di acqua, quell’acqua preziosa che noi umani iniziavamo a sognare. Non pioveva da non so quanti giorni. Un po’ avevo tenuto il conto, poi mi ero stufato pure di quello e pace. Il cielo era perennemente privo di nuvole e le speranze erano ridotte a zero ogni giorno di più. Elvis pareva l’essere più felice del mondo, aveva tutto ciò che potesse desiderare. Poi un giorno iniziarono a razionare l’acqua, prima la tolsero la notte, poi a momenti durante la giornata e il monito martellante era usarla per lo stretto necessario. Il mio Elvis era lo stretto necessario, solo che, vuoi per il caldo, vuoi per l’ansia, ogni tanto mi dimenticavo di cambiargli il prezioso liquido cristallino, e più di una volta lo avevo trovato boccheggiante in superficie.
Una sera alla tv vidi un servizio sui torrenti di montagna, anch’essi messi male, ma, a differenza dei fiumi ridotti a pozze putride, ancora l’acqua cristallina resisteva. Fu lì che mi venne l’idea.
Così una domenica mattina presto andai dritto verso l’ultima speranza. Dopo ore di strada raggiunsi la destinazione, che era proprio come avevo visto in tv. C’era il fresco, il cielo limpido senza nebbie, e io già mi sentivo in paradiso. Elvis nella sua palla trasparente pareva felice come me. Avrei giurato di vederlo sobbalzare di gioia, rinvigorito dal panorama. Lo poteva vedere? Lo capiva? Non lo so, ma eravamo entrambi rigenerati. Il torrente era vivo, scorreva brioso. Guardai Elvis e decisi che era arrivato il momento. Cercai un commiato perfetto, che non trovai, pensai a Elvira e la odiai ancora di più per ciò che mi aveva fatto.
Elvis è il tuo momento di essere libero, urlai rivolto al cielo. E se la siccità si mangiasse anche questo torrente, e se non dovesse sopravvivere, se diventasse cibo per qualche altro pesce, e se morisse appena lasciato libero?
Pensai alla vita, alla sua dinamica, al suo non senso, notai come ci si possa affezionare anche a un minuscolo pesce rosso, e stavo per tornare sui miei passi, e riportarlo a casa, quando notai il cielo scuro in lontananza, un cielo che faceva presagire acqua, tanta acqua e tempesta. In un gesto sciolto liberai Elvis che per un attimo sembrò titubante, e poi via, con un colpo di coda mi salutò e sparì nelle fresche acque del torrente.
Iniziò a tuonare, sperai nella fine della siccità e nella nuova vita di Elvis, e perché no, un pò pure nella mia.
di Serena Taccagni

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