Anni fa durante le vacanze estive mia madre, che all’epoca faceva l’infermiera, si offrì volontaria per la campagna di vaccinazione in Sistan, regione a sud-est dell’Iran. In quell’occasione decise di portare anche me e mia sorella per una vacanza educativa. Sistan è una zona desertica, infatti conosciuta per le stagioni di siccità. Fino a quel momento siccità per me era un concetto sentito e ripetuto dai giornali e non avevo la minima idea della realtà vissuta dalla gente.
Così in un giorno caldo di estate partimmo per Zahedan, capoluogo della regione. Mia madre ci raccontò che ogni anno un’equipe di medici e infermieri volontari partiva per quelle zone con l’intento di portare cure e medicinali alla gente dei villaggi. Molti erano sofferenti per carenza di igiene a causa della mancanza di acqua potabile. Il viaggio fu faticoso e durò più di ventiquattro ore. Man mano che procedevamo aumentavano le difficoltà, a causa di strade sconnesse e strette e con gole non protette vicino ai precipizi profondi.
Alla fine dell’interminabile viaggio arrivammo stremate ad un villaggio chiamato Padagi, ad ovest di Zahedan. Dire villaggio è un eufemismo. Erano capanne fatte di argilla disposta qua e là, con recinti costruiti alla meno peggio per gli animali. Nessuna strada, nessuna piazza, pochi alberi e tanti arbusti e solo dune e sterrati. E in mezzo a quel nulla una casa da tè malmessa che fungeva anche da bottega alimentare. Inoltre, ospitava pochi viaggiatori per dormire, ma per fortuna non noi. Il distretto sanitario, anche esso malridotto, ci aveva assegnato delle tende non molto lontano dal villaggio. Per l’acqua potabile avevamo un serbatoio che ogni giorno un’autobotte riempiva, ma non era sufficiente per tutti. C’era distante dal paese un pozzo che serviva per abbeverare gli animali ma che veniva usato anche dalla gente.
Con disaggio e smorfie io e mia sorella ci sistemammo in una tenda polverosa, attente agli scorpioni e chissà quanti altri animaletti mai visti e sentiti nella nostra vita cittadina. Era difficile per noi credere che si potesse vivere anche in questo modo. Per fortuna c’era Golnar, una bambina di dieci anni, figlia del responsabile del distretto che fin dal primo giorno si prese cura di noi due sorelle spaesate. Sapeva come evitare gli scorpioni, dove portarci per rinfrescarci e mangiare qualche frutto selvatico.
Golnar era una bambina sorridente e tanto gentile. Perciò trascorrevamo con lei le nostre giornate con molto piacere, ma notavamo che ogni tanto spariva ad una certa ora. Quando le chiedemmo il motivo, ci disse che i bambini dovevano portare a turno l’acqua alla scuola per poter preparare il tè e fare l’abluzione per la preghiera. La scuola rimaneva aperta anche durante l’estate fino alla stagione delle tempeste di sabbia, ma si frequentava di sera per evitare il caldo del giorno. Una volta chiesi a Golnar di portarci al pozzo dove i bambini prendevano l’acqua. Camminammo per trequarti d’ora in un infinito deserto. Golnar aveva sulle spalle due taniche legate ad un bastone di legno. Ogni tanica poteva contenere più di sei litri d’acqua ma lei le riempiva a metà perché diventava troppo pesante per il suo corpo esile. Io e mia sorella, quasi sue coetanee, spontaneamente volemmo aiutarla. Golnar all’inizio si vergognava e rifiutava ma poiché noi insistevamo accettò il nostro aiuto. Il tratto da fare per arrivare alla scuola era lungo o così ci sembrava sotto il peso delle taniche. Quando arrivammo io e mia sorella ci buttammo per terra, stanchissime, mentre lei si preparò subito per la lezione. Per quattro settimane aiutammo Golnar e devo dire che quel compito nonostante la fatica ci piacque. Dopo un mese salutammo la nostra amica e le promettemmo di ritornare.
Per tanti anni ancora tornammo insieme alla mamma in quelle zone e conoscemmo molti bambini come Golnar, che non avevano idea di cosa significasse l’acqua dal rubinetto e ogni getto d’acqua per loro era un tesoro da conservare.
Oggi Golnar fa il medico a Zahedan. Vive in una casa con tutti i comfort delle case moderne. Nel suo salotto conserva ancora le taniche come un ricordo per non dimenticare la sua infanzia e ricordare ai figli il valore che ha ogni goccia dell’acqua.

di Manna Parsì

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