WEN – SICCITÀ – Secca – Terza Agnoletti

Dove la terra era nuda, era compatta come cemento, morta, incapace di dar vita. Prati di stoppie gialle, arbusti con le foglie secche accartocciate o raggrinzite, il fiume ridotto a un rigagnolo. Questo osservava tornando dalla casa di un amico, che un tempo era immersa in un oceano di verde. Ora soltanto i cipressi conservavano il loro colore.

All’andata si era fatto portare in macchina da un altro amico, ma aveva deciso di tornare a piedi: era quasi il tramonto, il sole aveva perso molta della sua forza e si dice che camminare fa bene. Era stata una passeggiata di pura sofferenza.

Quando arrivò, cercò di parlare con la moglie dell’angoscia che l’aveva attanagliato per tutta la strada e quella:

”La terra secca? Sai che novità! Non senti la televisione?”

“Vedere immagini sullo schermo non è un’esperienza reale, non sai se sono vere o finte…”

“Ma va…”

E continuava a trafficare, davanti ai fornelli, sul piano di lavoro, con le manopole degli elettrodomestici, come se il problema non la riguardasse. Allora commentò:

“Meno male che gli orti non soffrono! C’è quel pozzo, possiamo annaffiare.”

Interruppe le sue faccende e lo guardò storto.

“Voi stupidi vecchi pensionati con i vostri orti sociali! Chissà che cosa credete di fare! Non vedete più in là del vostro naso.”

Si sentì stanco e impotente. A parte l’epiteto stupidi, c’erano troppe affermazioni alle quali avrebbe dovuto replicare. Elencò mentalmente le risposte:

Sono un vecchio pensionato e tu? Sei ancora giovane, ancora in servizio?

Se mi lamento della siccità non ti va bene, se mi rallegro di mantenere fresche le verdure che mangi con soddisfazione non ti va bene.

Tu fin dove arrivi a vedere? Quando ti consiglio di usare l’acqua dove hai lavato le mie verdure per innaffiare i tuoi vasi sul terrazzo non vedo un po’ più in là del mio naso?

Ma preferì tacere. Camminò nervosamente avanti e indietro fra la cucina e il soggiorno per farsi sbollire la rabbia che lo divorava, poi disse:

“Non ho appetito, non ceno. Vado a letto.”

Nessuna reazione da parte di lei E tuttavia dormì profondamente fino alle cinque del mattino. Svelto saltò dal letto, in poco tempo fu pronto per uscire, per innaffiare quell’orto che gli dava tante soddisfazioni: le pianticelle lo gratificavano, rispondevano alle sue cure, gli davano l’impressione di essere felici..

Mise in funzione la pompa, ma dalla canna non uscì neanche una goccia. Già nei giorni precedenti il getto era stato debole e ora… Pensò che la pompa fosse guasta.

Si mise a sedere sulla panchetta vicino al suo cancello per aspettare che fosse un’ora decente e telefonare al proprietario dell’orto vicino. Lo vide arrivare con passo indolente, con due cassette vuote, una per mano.

“La pompa è guasta!” gli disse come saluto.

“No, la falda si è esaurita, non c’è più acqua:”

Il cuore ebbe un balzo, sembrava che saltasse in gola. Non trovò parole.

L’altro continuò:

“Colgo tutto quello che c’è e lo regalo ai condomini.” Mostrò le cassette. “Fai altrettanto.”

Stordito entrò nel suo recinto, contemplò il rettangolo della lattuga, poi le zucche, i pomodori…

 Di cassette ne aveva un certo numero. Ne riempì una per sé e altre quattro per il condominio. Si fece aiutare per tornare a casa da un altro vicino d’orto che era venuto con l’Ape. Mise le quattro cassette fra l’inizio delle scale e l’ascensore, con un grosso cartello recuperato in garage, su cui aveva scritto; “Chi gradisce, prenda ciò che vuole. Non si può innaffiare.” poi salì nel proprio appartamento. All’espressione interrogativa della moglie dette una breve spiegazione e quella:

“Hai capito, finalmente?”

“Che dovevo capire? Che sei una stronza?”

Gettò con malgarbo la sua cassetta sul tavolo di cucina e uscì di nuovo a precipizio. Tornò all’orto, levò il manico a un rastrello, bastonò energicamente tutto quello che era rimasto, si accanì soprattutto con le piante di zucca che facevano resistenza. Quando ebbe ridotto ogni cosa a strame, uscì, si mise a sedere sulla solita panchetta e pianse, aggrappato al bastone.

Ecco la moglie! Chissà che cosa l’aveva portata proprio lì! Lo guardò, rise, poi:

“Piangi, piangi, così annaffi il tuo orto!” e si voltò per andare chissà dove.

Lui si alzò in piedi, tenne il bastone con le due mani e le tirò una randellata fra nuca e collo con tutta la rabbia che aveva accumulato. Lei si accasciò senza un lamento, come una bambola rotta.

“Secca! – le disse – Ti ho fatto secca!”

Senza sapere nulla di linguistica, di etimologie, di ambiti semantici, pensò che secca è parente di siccità e questa riflessione lo confortò: aveva fatto la cosa giusta.  Si mise di nuovo a sedere e chiuse gli occhi. Prima o poi qualcuno sarebbe passato e avrebbe chiamato i carabinieri.

di Terza Agnoletti

Una risposta a “WEN – SICCITÀ – Secca – Terza Agnoletti”

  1. Bene Tina, un racconto condotto in modo magistrale, il personaggio del vecchio tracciato con una vena artistica, che non delude e non secca mai!

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