
Ho sognato una donna impossibile
poliedrica e sconfinata
fluttuante nel cosmo incredulo della fantasia
mentre un pianista cieco
percuoteva disperato il suo piano
in un’oscura taverna di periferia
e la notte piangeva dalla sua mano
e l’oceano grondava dai suoi occhi
dai suoi occhi che non potevano vederla.
Le sue note s’addensavano nel fumo
in un ritratto che faceva paura
in un ritratto sempre più vero
e io presto della nuova realtà mi convinsi
e presi a picchiare con lui
quel pianoforte crudele
di sogni intangibili
fumiganti nell’aria
di un’oscura taverna di periferia.
Ho sognato una donna
senza né volto né corpo
una donna-manichino vivente
una donna nuvola e stella
che mi chiedeva d’amarla
ma non sapevo come
che mi chiedeva di crearla
e non sapevo come
che mi chiedeva un volto
e non sapevo quale.
Ho sognato una donna difficile
difficile da sognare
una donna vernice e tela
vernice non stesa
tela non tinta.
La donna dei sogni
d’ogni donna è più donna e men donna
la donna sognata
è una nube indistinta sulla vallata
una nube che muta forma e aspetto
all’implacabile soffio del vento:
una donna che mai potrà esser tua
giovane uomo che cammini
con le mani in tasca
verso di lei
perché se giri la testa
si stravolge e scompare
se avanzi si cambia
se retrocedi si muta
e non serve tirar fuori le mani
e tender le dita e le braccia
o gridare:
il vento soffia
il cielo gira
la nube gioca e si smonta
e non vale frullarla con il cuore
perché la montagna non è un gelato
e la donna non è panna
ma nube
e tu cammini
calpestando violette e mughetti
e le margherite hanno solo petali pari
se si costruiscono castelli o ville
o anche solo una capanna
per due poveri cuori sconosciuti
tra le dolci colline di Spagna
dove già altri alti Don Chisciotte
hanno ondeggiato sotto la carezza di Orfeo.
E non vi è alcun abil Romeo
che sappia scalare il balcone del cielo
né Arianna che dall’utopia leggera
lasci cortese cadere la treccia
nella triste breccia del tuo cuore
oltre il labirinto del perfido e savio Minosse
tappezzato di specchi deformi
per mutare nella memoria
un ricordo già poco distinto
d’un desiderio o d’un amore
già ora meno convinto…
Mi siedo sul marciapiede
e sbircio uno squarcio di cielo
tra le case sperando
e vedo che tu pure
appoggiato al lampione
le mani — saggio — in tasca
tu pure occhieggi negli spiragli di luce
finché il sole tramonta
la volta si spegne
e il sogno riprende.
Roma, 26/08/1984
Tratto da “Sangue blues” di Carlo Menzinger di Preussenthal

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