WEN – SOGNO – Donna senza sembianza e senza aspetto – Carlo Menzinger

Ho sognato una donna impossibile

poliedrica e sconfinata

fluttuante nel cosmo incredulo della fantasia

mentre un pianista cieco

percuoteva disperato il suo piano

in un’oscura taverna di periferia

e la notte piangeva dalla sua mano

e l’oceano grondava dai suoi occhi

dai suoi occhi che non potevano vederla.

Le sue note s’addensavano nel fumo

in un ritratto che faceva paura

in un ritratto sempre più vero

e io presto della nuova realtà mi convinsi

e presi a picchiare con lui

quel pianoforte crudele

di sogni intangibili

fumiganti nell’aria

di un’oscura taverna di periferia.

Ho sognato una donna

senza né volto né corpo

una donna-manichino vivente

una donna nuvola e stella

che mi chiedeva d’amarla

ma non sapevo come

che mi chiedeva di crearla

e non sapevo come

che mi chiedeva un volto

e non sapevo quale.

Ho sognato una donna difficile

difficile da sognare

una donna vernice e tela

vernice non stesa

tela non tinta.

La donna dei sogni

d’ogni donna è più donna e men donna

la donna sognata

è una nube indistinta sulla vallata

una nube che muta forma e aspetto

all’implacabile soffio del vento:

una donna che mai potrà esser tua

giovane uomo che cammini

con le mani in tasca

verso di lei

perché se giri la testa

si stravolge e scompare

se avanzi si cambia

se retrocedi si muta

e non serve tirar fuori le mani

e tender le dita e le braccia

o gridare:

il  vento soffia

il  cielo gira

la nube gioca e si smonta

e non vale frullarla con il cuore

perché la montagna non è un gelato

e la donna non è panna

ma nube

e tu cammini

calpestando violette e mughetti

e le margherite hanno solo petali pari

se si costruiscono castelli o ville

o anche solo una capanna

per due poveri cuori sconosciuti

tra le dolci colline di Spagna

dove già altri alti Don Chisciotte

hanno ondeggiato sotto la carezza di Orfeo.

E non vi è alcun abil Romeo

che sappia scalare il balcone del cielo

né Arianna che dall’utopia leggera

lasci cortese cadere la treccia

nella triste breccia del tuo cuore

oltre il labirinto del perfido e savio Minosse

tappezzato di specchi deformi

per mutare nella memoria

un ricordo già poco distinto

d’un desiderio o d’un amore

già ora meno convinto…

Mi siedo sul marciapiede

e sbircio uno squarcio di cielo

tra le case sperando

e vedo che tu pure

appoggiato al lampione

le mani — saggio — in tasca

tu pure occhieggi negli spiragli di luce

finché il sole tramonta

la volta si spegne

e il sogno riprende.

Roma, 26/08/1984

Tratto da “Sangue blues” di Carlo Menzinger di Preussenthal

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