WEN – SOGNO – Ricordi di un sognatore – Chiara Sardelli

Ho sempre sognato e quasi sempre ho ricordato. Sembra che la prima affermazione non sia niente di straordinario. Dagli esperimenti del mondo medico e scientifico si trae la conclusione che tutti sogniamo. La seconda circostanza, quella di ricordare, è meno comune e anche si presenta in maniera discontinua in coloro che hanno quest’ abilità. Sembra addirittura che ci sarebbe la possibilità di dirigere i sogni è un discorso che ci porta lontano. Ai sogni lucidi e ad esperienze  affermate da chi si interessa di paranormale.  Queste ultime in realtà hanno poco  a che fare col sogno vero e proprio. Sono esperienze al di fuori del corpo che confermerebbero l’esistenza del cosiddetto doppio eterico e la possibile sperimentazione di episodi di ubiquità. Ma se ci si avvia su questa strada, si potrebbe anche trattare dei  sogni guidati, mutuati dai racconti  di  estasi delle religioni orientali e oggi molto in uso in occidente nelle pratiche di autotraining e di meditazione anche piscoterapeutiche.

I miei ricordi però fanno parte proprio del mondo dei sogni. Una cosa che mi ha sempre colpito, è il ricorrente motivo dei quattro elementi. Ne ricavo che il nostro essere, il nostro piccolo microcosmo ha a che fare e continuamente si arrabatta nel crogiolo delle proprio essere sensoriale con la terra , l’acqua, l’aria e il fuoco.

Non a caso per primo elemento ho nominato la terra. C’è stato un periodo della mia età giovanile che il sogno mi portava nei seminterrati. Poiché ho sempre sognato a colori, questi erano intonati all’ambientazione, parecchi grigi e  marroni smorti . Il grigio delle pareti in calce, caratterizzate da anelli robusti che ai mei tentativi non aprivano vie di fuga, il grigio antracite delle inferriate che schermavano luci e vere finestre. Il marrone invece era il colore dell’aere che permeava di sé tutti i contorni e le sostanze materiali di questo universo sotterraneo. Ancora grigio e marrone mescolato ai ferri cigolanti di immaginifiche macchine rotatorie. Mi succedeva sempre più spesso di scendere gli scalini per ritrovarmi prigioniero in questi habitat. Qualche volta addirittura il sogno iniziava sopra la superficie della terra, ma io riuscivo a ritrovare la via maestra, interrandomi al seguito di immaginari cunicoli, talvolta scavando e appiattendomi, mi lasciavo trasportare da vie di acqua sotterranee. Che il mio ego fosse poco soddisfatto di queste peregrinazioni, a parte la sensazione di mancanza di aria o piuttosto di un’aria insalubre, umida e asfittica, mi fu reso presto chiaro dal fatto che mi ritrovavo a tastare i muri e combattevo con l’ansia di chi vuole evadere senza riuscirvi. Presto, fortunatamente,  cominciai a sperimentare l’oppressione di muri che in ultimo mi graziavano, trasformandosi in saracinesche o ponti levatoi che si alzavano verso l’esterno.

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Ci fu quindi un breve intervallo in cui il mio io a bordo di improvvisati mezzi di trasporto, in genere auto sportive di modesta pretesa e quasi sempre guidate da terzi, scendeva a terra in vicinanza di selve e sottoboschi. Anche in questo caso a prevalere era il contatto con la terra, ma i colori erano più vivi. Il marrone talvolta si mescolava al rosso dei dirupi scoscesi, al nero violaceo di alcuni arbusti e piante, al giallo delle polveri dei massi, al verde del fogliame e delle fronde ombrose.

Finché poi, sempre a bordo di macchine, talvolta sportive e più costose, i viaggi non avvennero in compagnia e il tema ricorrente fu quello della visita in ville, quasi sempre abbandonate e bisognose di ricostruzione. Anche qui nelle immagini spadroneggiavano i muri, muri possenti, da ritinteggiare.

Ecco perché ho continuato ad associare questi tipi di sogno all’elemento della terra.

Finalmente cessai di occuparmi di ville e, tornato alla natura, iniziai a seguire i corsi d’acqua incaponendomi a frequentarli. Acqua  che circondava improvvisati sepolcri,  con il mio corpo incapsulato i n una bolla, non saprei di quale materiale, con me capace di percepire il rumore attutito, ma  fluido delle correnti. Viaggi in canoe che scivolano lente percorrendo foreste fluviali o su  improvvisate imbarcazioni, male in arnese, che raggiungevano popolazioni primitive, circondato da ‘palafitte e dai tuffi dei pescatori. Rifugi difficilmente raggiungibili e, una volta raggiunti, imprigionanti ai bordi di portentose cascate. In ultimo ho effettuato in sogno  traversate, spesso fluviali, su mezzi da crociera muniti di tutti gli agi della modernità.

Dopodiché, di nuovo, cambiai mezzi di trasporto. Scendendo e salendo su elicotteri o  aerei anche di modeste dimensioni e su  navette spaziali poco credibili, che mi facevano pensare a viaggi nel tempo piuttosto che a pionieristiche escursioni planetarie.

Nell’epoca della maturità la mia memoria onirica mi ha spesso tradito Ho mantenuto solo la coscienza di sognare. Mi svegliavo dunque sapendo dii avere sognato, talvolta visitato da immagini che svanivano subito, senza recuperare il significato dei sogni, senza potermi addentrare nel linguaggio dei simboli, senza trarne stimoli e incitamenti.

Avvicinandomi alla vecchiaia,  mi sono riconciliato con me sognante. Mi sono visto sognare, mantenendo la lucidità di questa esperienza e ho fatto una serie ripetuta di sogni di numeri, ma la fortuna al lotto non mi ha mai arriso.

Stanotte il sogno mi ha invitato ad un intrigante viaggio in mongolfiera. Tutto è iniziato però con un signore canuto, vestito di nero, come un tempo  erano gli impiegati alle linee telegrafiche, indaffarato a distribuire bolli sui suoi interminabili moduli che, dopo una buona sosta e  buona dose di pazienza da parte mia, finalmente ha intascato quanto dovuto, immagino, per il biglietto.        

Mi sono rivisto poi, invecchiato, seduto ad una scrivania , di ampie dimensioni, in un salotto con mobili in stile vittoriano, grandi librerie alle pareti, impegnato ad intingere il pennino nell’inchiostro.

Peccato che tutto sia svanito troppo presto. Troppo presto per provare l’ebbrezza della mongolfiera, troppo presto per raccontarne l’emozione. Troppo presto per vagare nei regni dello spirito Là dove mi auguro mi porti il sogno quando, finalmente,  incontrerò l’elemento del fuoco.                 

di Chiara Sardelli

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