
È qui su questo angolo di strada che sono venuto a morire: fine del viaggio.
Non ho più niente, da tre giorni non mangio, sono vestito di stracci e sta cominciando a nevicare. In questa strada di un paese di cui non so il nome, così buia, così vuota che ogni piccolo rumore rimbomba e mi dà un tuffo al cuore.
Scappare sempre scappare, quando finirà mai questa fuga? Finisce qui con la mia morte: non ho più forze, ho le traveggole, vedo e sento anche quello che non c’è perché la paura e la fame creano allucinazioni.
So che sto per morire perché è in questi momenti che scorre davanti tutta la vita. La mia infanzia nel Donesk, nella mia cara famiglia, la partenza con la benedizione di mio padre, la cattura, la fuga dal campo di concentramento perché arrivavano i russi e io non avrei avuto scampo: i tedeschi passi, ma essere deportato in Siberia mai! Anche lì ho sentito l’odore della morte, ma la disperazione era così forte che mi dette la spinta: dovevo andare, scappare, rischiare che mi colpissero con una pallottola nella schiena e allora, addio a tutto quanto. Finito. E invece no, ce l’ho fatta e da allora migliaia di passi in corsa, di soppiatto, giorni e notti acquattati dietro un nascondiglio, col cuore in gola per ogni persona che si avvicinava che poteva decretare la nostra fine. I miei due compagni, anche loro come me, pieni di speranza e disperazione.
Abbiamo conosciuto la cattiveria ma anche la bontà.
È stato quando eravamo all’ultimo di fame e di freddo: ecco una luce, una casa. Abbiamo bussato e ci ha aperto una donna, ma che dico, un angelo! Era lì, sola, con tre figli, il marito era stato ammazzato dai nostri, e lei ci ha accolto, sfamato con quel poco che aveva, togliendoselo di bocca; ci ha fatto dormire nel fienile. Sono persone come queste che ti danno la forza di continuare a camminare, a combattere per la vita. E poi ad uno ad uno mi passano davanti agli occhi le strade, i sentieri, le tracce che mi hanno portato in questo luogo sconosciuto, lontano da casa, lontano da un percorso sicuro, che avesse un senso per me.
Sono rimasto solo, morirò da solo. Ho voglia di abbandonarmi, perché forza per combattere ancora non ne ho più. Mi viene di accettare il mio destino, triste, tragico, che sarà poi quello di tanti come me.
Questo pensavo cari figli in quel momento cruciale e solo ora ve lo racconto, ora che ho poca vita davanti ho la forza di raccontare perché raccontare è rivivere, è doloroso, faticoso.
Sono lì, su quell’angolo, con la morte nel cuore e si apre un portone davanti a me. Sono incerto se scappare o chiedere aiuto. Di scappare non ho più la forza, di chiedere aiuto non ho più il coraggio.
Una donna esce, di fretta, ma si accorge di me, si volta, mi guarda. È un’allucinazione, non può essere altro che mi fa vedere quello che non è. Non può essere lei, Ivanska, la mia amica di infanzia. Sento il mio nome: Micail che risuona come il rombo di un terremoto. Non ricordo altro.
È per questo che ora sono qui, e con me ci siete anche voi.
di Caterina Perrone

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