Mia moglie è una virtuosa della raccolta differenziata.
Seguendo alla lettera le indicazioni dettate dal Comune, effettua sempre la prescritta separazione dei rifiuti: organico, carta, plastica, vetro, indifferenziato.
Poi, diligentemente, li smaltisce negli appositi cassonetti.
Inoltre le pile, il materiale elettrico, i piccoli apparecchi guasti o non più utilizzabili, l’olio esausto e quant’altro non rientri specificatamente nelle categorie sopra ricordate, provvede a smaltirli settimanalmente presso l’isola ecologica che raccoglie tali rifiuti.
Ed è estremamente scrupolosa, direi anche, ma spero che non mi legga, un po’ pignola.
Una volta mi ha sorpreso a gettare nel contenitore della carta gli scontrini del supermercato e mi ha subito rimproverato.
Gli scontrini, per arcane ragioni che non ho voluto o saputo indagare, non possono essere smaltiti come carta ma devono essere smaltiti come rifiuti indifferenziati!
Del resto anche io, nella mia infanzia e nella mia adolescenza sono stato, però devo dire mio malgrado, un riciclatore.
Premetto che io sono un secondogenito.
Nelle famiglie di una volta, e forse anche oggi, era previsto tassativamente che gli indumenti che non erano più utilizzabili per il primogenito, passassero automaticamente al secondogenito.
E questo valeva specialmente per le scarpe, perché i piedi dei bambini crescono velocemente
E così durante la mia infanzia e la mia prima adolescenza ho riciclato cappotti, maglioni, camicie, pantaloncini, scarpe, tante scarpe, che mio fratello non poteva più portare.
Generalmente gli indumenti non venivano poi passati a mia sorella più piccola sia perché forse non adatti ad una femmina, sia perché io li consumavo a tal punto che non rimaneva altro che farne stracci o buttarli via.
Questo fino a quando, a una certa età non raggiunsi mio fratello in altezza e corporatura.
Ci fu però un’altra occasione in cui fui coinvolto in una operazione di riciclaggio.
In uno degli armadi di casa era conservato, ormai da tempo, in una custodia impregnata di naftalina, il mantello azzurro che mio padre, che durante il servizio militare era stato ufficiale di complemento, gli era stato assegnato in dotazione quando aveva superato gli esami della scuola per allievi ufficiali.
Nonostante i tanti anni passati, del resto credo che pochissime siano state le occasioni in cui aveva dovuto indossarlo, era ancora in ottimo stato.
Mia madre pensò che poteva essere utilizzato per farci un cappotto per sostituire il mio particolarmente liso (era anche questo un riciclo da mio fratello).
Mio padre, sia pure penso a malincuore, acconsentì.
Mia madre si accordò con la sarta, da cui si serviva spesso.
Era una di quelle sarte che lavoravano in casa e di cui ormai si è persa la traccia.
Mi presero le misure e, in breve tempo, utilizzando il glorioso mantello di mio padre, mi fu confezionato un bel cappotto.
In quell’anno avevo cominciato a frequentare l’università e quando inaugurai il mio nuovo cappotto di uno sgargiante blu cobalto, come ogni mattina salii sul treno diretto a Pisa.
Il treno quel giorno era particolarmente affollato e. dopo essere passato da una vettura all’altra, trovai finalmente uno scompartimento per sei viaggiatori dove intravidi un posto libero.
Aprii la portiera e mi introdussi.
Subito cinque persone mi presentarono il loro biglietto di viaggio.
Mi avevano scambiato per il controllore.

di Brunetto Magaldi

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