Rantoli affannati, via vai di bianche presenze che volteggiano tra tubi e tubicini sparsi intorno a letti distanziati ma collocati nello stesso stanzone.
Che afa questo 16 agosto 1944 con gli Anglo-Americani entrati or ora in Firenze, nel quartiere di Oltrarno a sud, ed i Tedeschi coi fascisti sul monte Ceceri, in ritirata da Firenze verso nord, verso la repubblica sociale di Salò. Prima di andarsene, però, i crukki hanno lasciato a Firenze un regalo d’addio degno di loro: il brillare di migliaia di mine e, ad ogni scoppio, è qualcosa di prezioso, unico, caro a noi Fiorentini, che si polverizza, scompare per sempre: palazzi antichi, ville ridenti, i bei ponti sull’Arno, orgoglio della città, tutti tranne Ponte Vecchio (anche all’ignominia c’è un limite!) .
Il sudore ed il cognac hanno incollato la mia camicia da notte alla pelle ed io, come la mia pelle, mi trovo qui incollata ad un letto traballante in un camerone della Maternità: intorno un turbinar di suoni e di odori, afrore di sudore, lamenti delle partorienti trafitte dai dolori del parto -“Mamma, aiutami!” gridano mentre a cosce spalancate mordono il lenzuolo lordo di sangue-, levatrici e medici rari come mosche bianche, così come i materassi e la biancheria razziati dal crukko in fuga, che vendicativo ha pure infierito su apparecchiature mediche e suppellettili intrasportabili.
Le doglie mi sono iniziate in casa dei miei, nel loro seminterrato, dove mio marito Bruno ed io ci siamo momentaneamente trasferiti per sicurezza, visti i continui bombardamenti. Ero a letto con Bruno, quando ad un tratto è stato come se un satiro ignorante m’avesse tirato l’utero fino a farlo sanguinare. Un dolore repente, assassino, maligno fino a mozzarti il fiato: è così che ha inizio una nuova vita?
Ledina mia, sfortunata figliola, la levatrice non c’è, non può venire, le è piombata all’alba una bomba in casa ed è viva per miracolo! Me l’ha detto il nostro vicino di casa, Mario Puccini, che era andato in bici a chiamarla. Non ci sono neppure il babbo e tuo marito: Gagliano e Bruno, attraversando a piedi il letto dell’Arno in secca, sono andati a San Frediano, dove gli americani distribuiscono razioni di zucchero; Dio sa quanto ne avrai bisogno nei giorni a venire! Ora starai un po’ da sola; io e tuo suocero Giovanni andiamo qui vicino, dalle avanguardie inglesi, che da poco occupano delle case nei pressi: hanno installato un telefono provvisorio e si rivolgeranno al Pronto Soccorso di San Salvi per far venire la Croce Rossa e farti portare in Maternità. Ecco la valigia già pronta per te, bambina mia; a partorire dovrai andarci da sola, fatti coraggio, Leda!
La Croce rossa ha gli uomini neri! In quattro si presentano: pelle scura, unghie eburnee, grandi occhi ambrati e in testa un turbante di lucida seta cangiante a nascondere quasi del tutto i capelli d’ebano lucente; io ho paura, non ho mai visto in vita mia uomini di questo genere, ma i dolori fioccano fitti fitti ed io m’abbandono a quelle mani dalle unghie chiarissime: un sorriso candido rassicurante si dischiude da quelle labbra rosso scuro e delle dita mi sollevano gentili e m’adagiano su una lettiga, inghiottita da un camioncino con la croce rossa dipinta sopra; gli uomini neri –i Sick della 4th Indian Infantry Division dell’esercito Britannico, verrò a sapere più tardi– mi accompagnano.
Il tragitto verso la Maternità è un terno al Lotto: i tedeschi ci vedono ed iniziano il tiro al piccione, non so se contro di noi o sul nemico, che a sua volta risponde, noi nel mezzo; l’uomo nero alla guida cerca di scansare i colpi con curve secche e correndo a più non posso, insomma alla Ridolini; l’autoambulanza è un frullino in movimento. Ma cos’è questo cognac che mi cola sul viso? L’aveva conservato la Renata in una boccetta di vetro col tappo a vite dorato, come una reliquia, per rinfrancarmi durante il parto, lo ha riposto nella valigia collocata dai Sick in autoambulanza, nella retina posta proprio sopra il mio capo, e la boccetta, sballottata a destra ed a manca nella corsa, s’è rotta: ora il cognac è qui che cola dalla valigia di cartone e m’imbratta la faccia e la camicia da notte (ah, le mamme!).
Gesù Maria! Questa partoriente è ubriaca, puzza di alcool peggio di uno scaricatore di porto! Presto, la dilatazione è già a nove! In sala-travaglio, subito!
Un uscio in orizzontale su due capre di legno traballanti, un pagliericcio con spunzoni secchi e duri che mi bucano sedere e schiena, due mani brusche nel divaricare le mie cosce, mentre le bocche parlano di una cena con amici finita nel modo migliore; il satiro ignorante mi strappa ancora l’utero e gli intestini, un colpo secco più forte degli altri: la merda cade giù a terra sul pavimento insieme alla placenta acquosa e venata di sangue, la bambina invece viene raccolta in un panno e poi, tagliato il cordone ombelicale, lavata tra gridolini di giubilo per la sua bellezza, mentre lei disperata piange e sembra rimpiangere il luogo sicuro da cui è stata strappata. I cannoni e le mitraglie tacciono o forse è il parto che me li ha fatti scordare.
Come la chiamiamo la bambina? Tatiana?! Un nome bellissimo per una bellissima baby, da morsi! Una sventola d’occhi da cerbiatta, un ciuffo di capelli neri a coprire il capino fatto a compasso e tutti questi buchini e piegoline nella pelle di latte, soda come marmo! Va battezzata subito, sai, siamo in guerra… Noi saremo le sue madrine rituali: siamo due puttane e, dice, avere noi come madrine porta fortuna! Avrà una vita lunga e felice! Con cura l’avvolgono in una copertina da neonati e la portano in chiesa; io piango di sconforto e vergogna: Gesù bambino, aiutaci tu!
Sento il latte che gorgoglia nelle poppe, turgide e tonde; Tatiana non patirà la fame! Vieni tesoro mio, sei davvero una meraviglia e come succhi forte! Ad un tratto ecco che sputa il capezzolo e scoppia in un pianto disperato incessante. Perché? Non lo so; l’unica è toccarla ed osservarla per capire; sollevo il camicino da pelle di raso rosa e lì, all’inguine destro, sotto una piega di carne tenera, a capo in giù, col suo pungiglione piantato fino in fondo, le sei nere zampe divaricate ed il ventre rosso vinaccia tirato come membrana di tamburo, scorgo con disgusto una laida cimice e vicino altri puntini rossi, indizio della furia con cui l’ingorda si è accanita nel succhiare il sangue della mia creatura. Ecco fatto, sei finita! Ora, parassita schifoso, ti schiaccio tra le mie dita; è inutile che ti agiti a pancia all’aria, schianta e ridammi il sangue rubato! Le due unghie, con cui ho fatto secco l’insetto, si macchiano di rosso sangue purpureo; io senza remore le mondo al lenzuolo del mio letto: macchia più macchia meno…chi se ne accorgerà.
Che dormita ho fatto! Ora, però, mi sento debole e stanchissima; guarda che tramonto! Fa sembrare più accogliente anche questo squallido stanzone della Maternità coi suoi vetri appannati qua e là dall’incuria; laggiù in fondo il cielo da cremisi si fa scuro scuro e la notte avanza; si vedranno le stelle? Chiuderanno gli occhi anche mitraglie e cannoni?
Svelte svelte donne, tutte in piedi! Prendete con voi una coperta per il freddo e scendiamo giù, insieme ai vostri neonati, nei rifugi anti-aerei: ci sarà un bombardamento a grandine stanotte e dobbiamo metterci al sicuro! Tu, Leda,

cosa fai costì ancora a letto? Spicciati! Sei troppo debole, non ce la fai a scendere da letto e camminare?! Guarda che ti lasciamo qui a morire! Contenta te… Vuoi la Tatiana e la proteggerai col tuo corpo? Ecco la bambina… Addio! Mai saluto fu più involontariamente profetico!
Stelle e bengala serpeggianti in cielo, tuoni e fulmini artificiali in terra. La camerata trema, ma il mio cuore di più; tu, invece, tesoro mio adorato, te la dormi beata sotto le ciglia di seta, ebbra di latte e di tepore del mio corpo piegato ad arco su di te. Ecco: gli scoppi e i sibili dell’artiglieria infittiscono, paiono i fochi di san Giovanni, ma il 24 giugno l’è un dì che l’è passato, queste son bombe! E ora cos’è? Il gran finale col botto; uno schianto secco assordante a due passi da noi: il letto sobbalza, la boccia dell’acqua la ripiglio al volo a mezz’aria tra comodino e pavimento, i vetri delle finestre, in frantumi, brillano impazziti nella luce lunare: sarà nostro Signore che intona il do diesis di petto!?! Che nottata, Tatiana, non me la scorderò finché campo! Intanto mi avvolgo ancor più stretta intorno a te: se viene la bomba della levatrice, ci sarò io a proteggerti!
E ora questo silenzio che vuol dire? Il cielo è fumoso a furia di bombe, ma a poco a poco la nebbia si dirada e fan capolino le stelle, tutto tace; nel buio il cri-cri d’un grillo: un miracolo vivente; il creato riposa, finalmente; dalle finestre infrante un refolo d’aria notturna, fresco, m’asciuga la fronte sudaticcia. Ho sonno anch’io, buonanotte Tatiana adorata!
Oddio che tragedia! Che orrendo delitto! La strage degli innocenti! Una bomba scoppiata qui nei pressi ha centrato il rifugio anti-aereo, dove s’erano raccolte le madri coi piccoli di questa corsia e qualche nostra collega infermiera: tutti morti, grandi e piccini! La strage degli innocenti! Tu, Leda, e tua figlia Tatiana siete le uniche superstiti! Ringrazia Iddio per voi, ma chiedigli anche…come abbia potuto permettere un’ecatombe simile!
Io guardo te, creaturina innocente e serena, e rivedo in noi tutti quei morti, tutto quell’amore distrutto e piango e ti abbraccio e ti copro di baci e torno a riabbracciarti coi miei baci ed a piangere.
Rantoli affannati, via vai di bianche presenze che volteggiano tra tubi e tubicini sparsi intorno a letti distanziati ma collocati nello stesso stanzone, io sdraiata con un telo trasparente che mi fa da cupola, bocca ora serrata da un qualcosa ritmante il mio respiro. Un turbinar di suoni e presenze. Una voce sommessa sento che parla di… coronavirus19, di ecatombe di vecchi: “Come quantità di morti questa strage di anziani, colpiti dal covid19 a Firenze in questa primavera del 2020, è simile a quella del 1944, quando per la ritirata dei Tedeschi da Firenze i vecchietti di Montedomini[1] furono trasferiti nei locali della GIL[2], in piazza Beccaria, adagiati per terra come cani randagi ed abbandonati nelle braccia della disperazione e della morte”.
Tatiana dov’è? È morta –lo ricordo bene– di edema polmonare conseguente a cancro nel 1982 il 2 di giugno, aveva trentotto anni, una bella famiglia, un bambino di dodici anni non ancora compiuti, Stefano, che l’adorava e che lei adorava, un lavoro appagante. Senza vergogna né titubanza avevano detto: “Noi saremo le sue madrine rituali: siamo due puttane e, dice, avere noi come madrine porta fortuna! Avrà una vita lunga e felice!”. Che stronzata impugnare il lituo ricurvo e finger di saper squarciare il velame di Maya! Millantatori! Eppure lo fanno da millenni, aruspici chiromanti o puttane che siano.
Il letto 25 come sta? La Leda? La Leda delira e, prima dell’ultima crisi respiratoria, si credeva una puerpera in Maternità, povera vecchia, alla sua età. È tra la vita e la morte, ma, se non sopravvengono altri attacchi, forse ce la farà: è anziana, quasi una centenaria, ma dal fisico sano; non sappiamo ancora se, alla fine di questa guerra del covid19, sarà nel novero dei vivi o dei morti. Vedremo.
Oh, ??????[3], Anànke, dea del Destino, della Necessità,
con le tue tornite eburnee braccia aperte e lo sguardo enigmatico
infinito come l’oscurità della notte!
Mi passi vicino e sussurri:
“????? ?????[4]. ???? ???????[5], ????, ? ????. Pàthei màthos. Hèxei Àtropos hèxei, òh Lèda. Col patire capire. Arriverà Àtropos, arriverà, óh Leda!”.
Sì, ????? ????? Pàthei màthos, come cantava il vecchio, saggio ???????? Eschilo: il dolore ti insegna a sopportare ed accettare la tua fragilità umana e quella altrui, così che anche nei lutti irrimediabili, Tatiana adorata, pur rimanendo intatti l’amore la memoria e la nostalgia, la ferita sanguini e si cicatrizzi allo stesso tempo; anche tu, algida Ananke, nella tua mente, annulli tempo e spazio e, istantaneamente, vedi tutta la vita trascorsa presente e ventura di ogni creatura, ma lo fai senza compassione e qui sta la grandezza dell’uomo, il cui percorso terreno comunque, inesorabilmente, sempre si conclude morendo: ???? ???????, ????, ? ???? Hèxei Àtropos hèxei, òh Lèda”. Sì, arriverà la Morte, anche per me. Ma quando? Tu, dea, lo sai, forse; forse tu sola conosci la fatidica risposta, ma il saperlo a me che giova? E allora…
Io ti guardo e mi tuffo nel profondo abisso del tuo sguardo che si fonde e confonde con l’unico occhio di
???????, Àtropos, l’inesorabile Moira che recide il filo della vita di ognuno;
vi vedo, vi guardo madre e figlia, faccia a faccia,
ma, stanca degli ameni inganni, pur vogliosa di morire finalmente,
mai
ti domando
“? ??????, ????; Òoh Anànke póte? Óh Ananke, quando?”.
di Miriam Ticci
[1] Montedomini: Nata nel 1476 come lazzaretto per gli appestati, la struttura mutò nei secoli la propria funzione, pur rimanendo sempre nell’ambito del sociale; dal Regno d’Italia in poi fu riconosciuta come “Opera pia” e si occupava sia di minorenni sia di anziani soli ed indigenti. Montedomini oggièil polo geriatrico cittadino, braccio operativo del Comune di Firenze e della Società della Salute, per le politiche rivolte alla popolazione anziana ed alla marginalità.
[2] GIL: Sigla della Gioventù Italiana del Littorio, organizzazione delle forze giovanili del regime fascista, sorta il 29 ottobre 1937 dalla fusione dell’Opera Nazionale Balilla (ONB) e dei Fasci Giovanili di Combattimento (FFGGC). Alla dipendenza del segretario del partito fascista, comprese nelle sue file giovani d’ambo i sessi dai 6 ai 21 anni per finalità di formazione politica e di preparazione sportiva e militare, con attività anche assistenziale e ricreativa. (da Encilcopedia on line Treccani).
La Casa della Gioventù Italiana del Littorio di Firenze era un vasto complesso, oggi non più esistente, costruito a partire dal 1936 su progetto dell’architetto Aurelio Cetica e dell’ingegnere Fiorenzo De Reggi. Al suo posto è stato costruito l’Archivio di Stato di Firenze. L’edificio aveva una forte identità stilistica razionalista, che conciliava monumentalismo e attenzione al linguaggio moderno, tipica degli anni trenta in Italia e costituiva un documento importante di un’epoca, tanto che la sua demolizione è deprecata da vari storici dell’arte. (da wikipedia)
[3] ??????: nella mitologia greca essa è la dea della Necessità, del Destino, la cui forza è cogente persino per il volere degli dei; ?????? sa ciò che deve essere e sarà. La dea è madre delle tre ?????? Moire: ????? Cloto, la filatrice, che pone sulla conocchia la lana da vivere assegnata ad ogni creatura e la fila, ??????? Làchesi (dal greco ??????? “ho dalla sorte, ho per mezzo della sorte”) che fa scorrere il filo della vita avvolgendolo intorno al fuso, ??????? Atropos, l’Inesorabile, che con le cesoie recide il filo dell’esistenza di ognuno nel momento fatidico ed è, quindi, identificabile con l’atto stesso del morire. Le tre Moire hanno in comune un unico occhio ed un unico dente, che si passano vicendevolmente.
[4] ????? ?????: “Col patire capire” è la celebre formula scritta da Eschilo nella parodo della tragedia “Agamennone” (v. 177 ); ; ????? màthos è non “la sapienza o la saggezza”, ma “la comprensione” che ne sta a fondamento. L’uomo dal dolore apprende e comprende come si deve vivere, con difficoltà a poco a poco acquisisce consapevolezza della fragilità e caducità propria ed altrui, della presenza nella vita di bene che si mescola e si sussegue al male, l’uno e l’altro finiti, e, maturando in sé tutto ciò, alla fine ogni essere umano pensante -con equilibrio rassegnato, ma lucido- accetta entrambi, poiché la ???????? carterìa ovvero la sopportazione è l’unico ????????, fàrmakon per i dolori “irrimediabili” dati dalla sorte a controbilanciare la felicità vissuta o da vivere. Il futuro, conclude quindi Eschilo, giunga senza che sia illusoriamente presagito o atteso con trepidante bramosia, perché interrogarsi su ciò che accadrà “sarebbe come un dolersi troppo affrettato” ???? ?? ?? ??????????. (v. 253); parole sagge, che non sempre la persona sa tramutare in atto.
Leda, ormai vecchia, in presenza della dea ??????, l’unica che col suo sguardo infinito vede nell’eterno “adesso” il passato, il presente, il futuro, riesce a non chiederle quando avverrà la propria morte; resta, però, un dubbio: il suo è un atto di saggezza o di ????? ossia di superbia e sfiducia verso la divinità?
[5] ???? ???????: “Arriverà Atropos”, questa è l’unica certezza di ogni creatura venuta al mondo.

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