WEN – SURRISCALDAMENTO E DESERTIFICAZIONE – Blu – Massimo Acciai Baggiani e Renato Campinoti

Si guardò attorno con crescente angoscia. Il paesaggio era monocromatico: un susseguirsi infinito di dune che si congiungevano a un cielo con poche nubi striate. Avrebbe potuto trattarsi del Sahara, se non fosse stato per il colore della sabbia e delle nubi; una tonalità pastello di azzurro in un cielo blu profondo. Si trattava evidentemente di un pianeta diverso dalla Terra, e altrettanto evidentemente il teletrasporto non aveva funzionato a dovere. Ma la cosa veramente grave era il danno alla piattaforma di teletrasporto, che Marco non era in grado di riparare.

Aveva lanciato un segnale di SOS intergalattico, ma non aveva saputo dare le sue coordinate stellari, così doveva cavarsela da solo sperando che qualche genio, non vedendolo arrivare al lavoro, lo togliesse dai pasticci.

Marco era salito sulla piattaforma di teletrasporto per Trappist-1, come ogni mattina, con una strana sensazione. Quel senso di oppressione era stato profetico: invece che nel suo ufficio sul lontano pianeta, si era ritrovato in quel deserto blu. L’atmosfera era respirabile, almeno così credeva (non si poteva mai sapere cosa c’era nell’aria di quei pianeti ormai abbandonati da millenni), ma non sarebbe durato a lungo senza una fonte di acqua e cibo. Non c’era nulla di simile nei paraggi, anche se il vento trasportava un odore… mangereccio. Sì, era roba da mangiare, anche se non avrebbe saputo dire di cosa si trattasse. Sapeva soltanto che avrebbe potuto sfamarsi in attesa dei soccorsi, e questo lo rincuorò non poco. Ma da dove proveniva? Sembrava venisse da ogni direzione, eppure oltre alla sabbia azzurrina non c’era altro.

Marco era addestrato a non farsi prendere dal panico, anche se non era mai stato così vicino a una crisi nervosa. Fece un elenco veloce degli aspetti positivi di quella situazione, e di quelli che avrebbero potuto essere molto più negativi, quindi si sedette sulla sabbia e si mise a pensare a come togliersi da quel guaio.

Il silenzio era rotto solo dal vento che sollevava granelli di sabbia, sparandoglieli sulla faccia scoperta. Alcuni gli si infilarono in bocca e lì ebbe la rivelazione: la sabbia era commestibile! Aveva un sapore certamente alieno, ma familiare al tempo stesso, anche se non avrebbe saputo dire se fosse dolce o salata, o entrambe le cose.

Si alzò e si mise in cammino. In mezzo a quell’azzurro aveva visto, grazie al cannocchiale, un puntino rosso acceso. Un habitat, magari vecchio di mille anni ma pur sempre un habitat costruito da terrestri in quel pianeta misterioso, agli albori dell’esplorazione cosmica. Vi si diresse con passo allegro. Quando arrivò era spompato. Gli stivali continuavano ad affondare in quella strana sabbia.

L’habitat era in buone condizioni. Consultò subito il computer locale e scoprì di essere finito su Spica B-3, a 250 anni luce dal sole. Il pianeta era stato colonizzato più di 1200 anni prima, se ben ricordava, ma da 700 anni non se ne sapeva più niente. La storia prima delle Guerre del Settore 14 era piuttosto confusa, si erano perse le tracce di molte colonie un tempo fiorenti. Cosa era dunque successo su quel pianeta, una volta così simile alla Terra?

Il computer locale era ancora funzionante – perbacco, quei cosi erano praticamente eterni – ma scollegato dall’Unità del Pianeta Centrale. Non avrebbe avuto aiuto dall’intelligenza artificiale; i dati erano corrotti e risalivano ad oltre un millennio prima. Nell’habitat non c’era neanche una briciola da mangiare e la fame cominciava a farsi sentire. L’odore che sentiva attorno a sé, che penetrava perfino nell’habitat, era troppo invitante, troppo delizioso. Marco uscì, prese una manciata di sabbia e se la mise in bocca.

Come aveva intuito quella non era sabbia del deserto ma una buonissima combinazione di più prodotti mangerecci, di quelli che non capitava più di assaggiare da quando le sostanze erano state condensate in pillole microscopiche, in grado di essere prodotte in centinaia di miliardi di esemplari ogni giorno per sfamare tutta la popolazione sparsa nelle varie galassie.

Quando cominciò a sentirsi sazio Marco si guardò intorno, a tutto quel blu che, ora lo sapeva, non erano dune di un deserto, anche se gli assomigliavano molto. Cominciò a sentire montare dentro una malinconia struggente che neppure l’addestramento di cui era dotato riusciva a simulare. Andò col pensiero a quei microfilmati che aveva rintracciato nelle onde magnetiche di sua appartenenza, in cui si vedevano i suoi avi combattere contro la progressiva desertificazione della madre Terra, prima che la catastrofe definitiva costringesse il genere umano ad abbandonarla al suo destino. Aveva vivide negli occhi le drammatiche immagini degli animali, soprattutto di quelli abituati ai climi estremi di freddo, dagli orsi polari, alle foche, ai lama del Tibet (o di ciò che era rimasto di quella regione dopo la forzata industrializzazione cinese) che vagavano come in preda alla disperazione, consapevoli della loro precoce, definitiva scomparsa con l’innalzamento insopportabile delle temperature. Gli esseri umani, presi in un circuito perverso, tentavano di fuggire al caldo tremendo portando al massimo l’uso dell’aria condizionata, contribuendo così, come avvenne, ad accelerare la fine del pianeta. Conservava ancora, con particolare cura, uno degli ultimi microfilmati in cui comparivano essere umani ancora ricoperti da capelli e peluria sul corpo, quando si spogliavano per gettarsi tra le onde del mare per trovare un po’ di refrigerio. Naturalmente nei rari periodi dell’anno in cui le onde del mare erano di bassa dimensione e permettevano di entrare in mezzo a loro. L’aveva colpito, in quel filmato, l’incredibile forza dei monsoni che cominciarono a manifestarsi in ogni parte del globo terrestre e alla conseguente, progressiva distruzione dei capolavori dell’architettura, soprattutto di quella storica, presente sulla faccia della Terra. Era impressionante vedere prima oscillare paurosamente e poi schiantarsi al suolo la Torre Eiffel a Parigi, come era spaventoso e penoso insieme vedere smantellata dalla furia dei venti la cupola del Brunelleschi a Firenze, che finora aveva superato tutti gli esami atmosferici.

Marco decise di non andare oltre con quei ricordi di un tempo ormai lontanissimo, anche se sempre presente nella memoria di quelli come lui che non rinunciavano al sogno di riunire, prima o poi, la diaspora degli umani in un nuovo, adeguato e pacificato pianeta.

Cominciò ad applicarsi in maniera più attenta a capire di cosa potesse trattarsi di tutta quella materia blu da cui era circondato l’habitat in cui si trovava. Si sedette davanti al computer presente in quella singolare casetta e si mise a cercare le notizie che gli servivano. E le trovò! Qualche centinaio di anni prima di essere abbandonato Spica B-3 era uno dei punti di appoggio delle missioni (ancora non era perfezionato il teletrasporto anche per le masse navali) che stavano continuamente esplorando lo spazio alla ricerca dei pianeti su cui insediare le parti via via decrescenti di popolazione sfuggita alla tragedia della madre terra. Non essendo ancora state perfezionate le derrate alimentari (la loro trasformazione in miliardi di piccole pillole, per capirci!) restava il problema di far trovare una adeguata alimentazione alle colonie di popolazioni migranti che dovevano fare sosta in quelle postazioni come, appunto, Spica B-3, che precedeva un’altra postazione, stando al racconto storico rilevato dal computer, indicata come Spica B-4 distante poche decine di anni luce da questa. Riandando col pensiero a quel periodo a Marco venne da sorridere a pensare a quello che aveva visto nei microfilmati del periodo terminale della Terra quando le dispute più feroci vertevano sul fatto che sempre maggiori quantità di popolazione tendevano a spostarsi dalle zone via via in fase di desertificazione a quelle ancora vivibili. A un certo punto, gli venne di pensare, finì che tutti divennero migranti nello spazio, grazie alla scoperta di qualche scienziato di nuove forme di energia propulsiva, prima che fosse troppo tardi. Scoprì, anche, non senza sorpresa, che furono allora (si parla di più di 800 anni prima!) messe a dimora in tali postazioni degli assemblaggi chimici particolarmente sofisticati di natura alimentare che avrebbero dovuto, col tempo, incrementare le masse di cibo necessarie alle migliaia di migranti che si soffermavano a ricaricare le dotazioni energetiche necessarie a simili spostamenti e a consumare l’alimentazione di cui avevano bisogno. Era incredibile, ma sicuramente veritiero, che, una volta superate le necessità di tali stazioni, diciamo così, di rifornimento grazie al perfezionamento del teletrasporto anche per le navi spaziali e al progressivo  venir meno delle necessità alimentari anche per la spaventosa diminuzione della popolazione a seguito delle guerre nucleari di quel settore, su B-3, come presumibilmente sulle altre stazioni intermedie, la massa alimentare, alimentata dagli appositi composti chimici, era diventata un vero e proprio deserto blu che ricopriva quasi per intero la superficie di quel pianeta!

Acquisita la coscienza di tali fatti, constata l’incapacità di riparare il funzionamento del teletrasporto senza l’ausilio della centrale, a Marco non restò che prendere atto che l’unico rischio che non correva era quello di morire di fame! Si guardò ancora intorno per constatare l’assoluta solitudine in cui si trovava. Non sapeva quanto tempo sarebbe passato prima che un nuovo essere umano sarebbe passato da quelle parti, magari dotato degli strumenti necessari a riportarlo alla vita sociale precedente. Si rese conto che forse sarebbero stati necessari più dei circa cento anni che ancora gli restavano da vivere. Guardò ancora una volta quel mare di dune celesti e non trattenne, come invece gli avevano insegnato a fare, le lacrime copiose che cominciarono a rigargli il viso.

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