
Era una pièce davvero bella, anche se a qualcuno poteva non piacere, io la trovai perfetta!
Re Lear era uscito dal suo regno e vagava per il mondo, cercando di ricordare.
In realtà non era lui ma un altro uomo, che aveva perduto sé stesso anni prima.
Lessi la pièce, la rilessi, immaginai gli attori.
Peccato che Lawrence Olivier sia morto, sarebbe stato Lui il mio perfetto Re Lear impostore!
In alternativa optai per Christian Bale, così affascinante e così superbamente inglese, o meglio gallese!
Tutto questo successe prima che il re dividesse il regno tra le figlie.
E così quello non era il vero Re Lear, ma era ugualmente folle, e se ne andava girovagando per il mondo, cercando di ricordare.
Sapeva “stare al gioco” molto bene, si può dire che fosse un vero attore!
Ebbe anche a discutere con Il Matto, quando lo incontrò, il quale si era accorto che lui non era lui.
I folli infatti si intendono a perfezione, perché la follia porta con sé in dono una perfetta visione della realtà, senza filtri né maschere o finzioni, il folle è folle perché è “vero”.
Ma noi non li ascoltiamo i folli, perché non vogliamo accettare la verità, preferiamo credere nella menzogna.
Allora creiamo l’arte, ovvero una “perfetta finzione”, che ci descrive la vita vera ammantata di bellezza, resa “poetica” nella sua desolazione.
Il Re Impostore, come dicevo, vagando incontrò Il Matto e i due divennero inseparabili, fecero molti discorsi e ne venne fuori un bel po’ di verità, dato che Il Matto era proprio mattoe il re un vero impostore.
Poi improvvisamente si ricordò chi era e se ne tornò a casa.
Non si sa esattamente come avvenne la sostituzione, ma ognuno tornò al suo posto e la tragedia prese una piega inaspettata.
Furono i personaggi a suggerirla, dominati dalle loro passioni, con il finale tragico e dolente che conosciamo.
Il vero Re Lear morì di dolore dopo la cata Cordelia, figlia amata e ripudiata.
Il Re Impostore invece divenne un cantore, e un attore, molto ma molto bravo, poiché gli attori sono anche impostori.
Ed è così che questa perfetta “messa in scena” della vita che è il teatro da secoli ci ammalia, ci incanta e ci commuove, e ci sommuove nel profondo, svelandoci la vita:
«Soffiate venti, fino a farvi scoppiare le gote, soffiate, infuriate!
Voi cateratte e uragani,
Eruttate!
Finché non avrete sommerso i nostri campanili, annegato i galli sui tetti!
Voi fuochi sulfurei e veloci più del pensiero,
Avanguardie di fulmini che fendono le querce,
Bruciate la mia testa bianca!
E tu, tuono che tutto scuoti,
Spiana la spessa rotondità del mondo!
Infrangi gli stampi della Natura, distruggi tutti i semi
Che fanno l’uomo ingrato!»
(Re Lear: Atto III scena, Seconda)
«Mostrateci venti infuriati, soffiando, la cruda realtà della vita assieme alla sua tragica bellezza,
E la profondità dell’umana follia!
E mostraci tu Melpomene
musa del teatro,
“Colei che canta la bellezza”, il vano palcoscenico della nostra esistenza.
Questa recita che chiamiamo vita, con la sua luce folgorante,
Che ci abbaglia e ci annienta e ci sconvolge, ma solo per un momento!»
pensava fra sé e sé il Finto Re Impostore, dopo avere incontrato Il Matto.
E lo cantò per mari e monti, viaggiando in lungo e in largo, recitando svariati ruoli ma sempre la stessa storia, sino ai confini ed alla fine del palcoscenico della sua esistenza.
Antonella Ghiglione

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