
“È troppo piccolo Beppe per assistere a un dramma teatrale, babbo! E poi… Shakespeare!” così aveva detto Guido ai suoi genitori, quando gli avevano proposto di portare il nipote al teatro della Pergola, a Firenze, il 19 marzo 1979 per festeggiare così l’onomastico di nonno Giuseppe e della sua “progenie omonima” –come l’anziano tra il serio e il faceto denominava il nipotino – e, rivolto lo sguardo alla moglie, aveva aggiunto Guido “Si annoierebbe e potrebbe disturbare”.
Mamma Arielle allora aveva chiesto al piccolo Giuseppe, un omino di cinque anni detto Beppe, “Ti piacerebbe andare a teatro? Ma ricordati che non è come guardare la televisione: non potrai alzarti per più di due ore, né parlare: sul palcoscenico ci sono gli attori in carne e ossa che recitano: è il loro lavoro e…non deve volare neppure una mosca! Sarai circondato dal buio per tutto il tempo. Allora…?” “Ma potrò stare in collo al nonno? –aveva domandato Beppe- e sul palcoscenico ci sarà la luce?”; la mamma dolce sorridendo: “Sì a entrambe le risposte, ma non potrai allontanarti dai nonni, né scorrazzare per il palco; né attori né spettatori dovranno essere disturbati da rumori o comportamenti molesti.” “Allora, nonna Gemma, ci verrò volentieri a teatro con voi!”
Beppe coi suoi genitori e la sorellina di pochi mesi viveva al piano nobile di un bell’edificio in via della Pergola 37 e spesso aveva visto lunghe file di giovani all’ingresso secondario del teatro; “Sono gli studenti e le persone con poco denaro, che sono qui per l’acquisto del biblietto nel loggione o per salirvi; –aveva spiegato la mamma – sono loro i veri amanti del teatro, disposti a lunghe file d’attesa e corse forsennate su per le scale per arrivare primi in piccionaia, così viene detto il loggione; lì non ci sono posti numerati e…chi primo arriva, primo alloggia, prendendosi le postazioni migliori.”
Arrivò il fatidico pomeriggio; la mamma vestì Beppe “da ometto”, come diceva lei, e lo affidò alla nonna, che mai egli aveva visto così elegante. Salutò i genitori e la piccola Bice con un bacio e via per strada coi nonni!
Mentre dallo stretto ingresso secondario lenti scorrevano i loggionisti, Beppe coi nonni entrò subito dal grande ingresso principale, controllato da maschere in livrea (“Hanno tutti i bottoni d’oro!”)
“Ecco il foyer, Beppe” disse nonna Gemma e lui pensò “Siamo nell’Olimpo! Così me lo descrive la mamma, quando mi racconta i miti greci”: in spazi immensi, al posto del soffitto piatto, lassù -altissimo ricurvo- un cielo era sorretto da colonne infinite e là dal culmine della volta pendevano lampadari luccicanti come stelle, tutto era marmo e ottone lustro e scintillante. Beppe si sentì in soggezione in quell’ambiente, mentre “i grandi”, tutti compiaciuti di sé, consegnavano cappotti e pellicce al guardaroba o parlavano tra loro (“Non potevo mancare a “La tempesta” con la regìa del mostro sacro Giorgio Strehler; se ne dice un gran bene!”). Qualche signora accarezzò il bambino e si complimentò con lui, scambiando l’imbarazzo per buona educazione. Ancora qualche minuto, poi tutti si diressero ai propri posti e i nonni col nipote s’avviarono verso il primo ordine di palchi alla sinistra del palcoscenico.
Il bambino vedeva per la prima volta l’interno del teatro; “Nonna Gemma, mi sembra un alveare con le sue celle e dell’alveare ha pure il ronzio; quel lampadario enorme tutto cristalli lassù è senza dubbio la camera dell’ape regina; ecco là il loggione con le api guerriere e quaggiù, in basso, i fuchi in ozio e le api-operaie tutte affaccendate! Bellissimo!” Nonno Giuseppe gli spiegò: “Quando quel tendone s’aprirà, vedrai il palcoscenico con gli attori e inizierà la commedia”. A un tratto il buio completo… il silenzio risuonò tutt’intorno… s’aprì il sipario e nella semioscurità vento tuoni tempesta e scrosciar di pioggia squarciarono il teatro.
Un enorme telo leggero trasparente, esteso per tutta la scena, scende dall’alto e ora palpita ora si sfibra per poi rigonfiarsi all’ulular del vento. “Sono le vele di una nave turgide d’aria burrascosa? Son le nebbie dell’oceano sollevate dal maestrale?” si chiede Beppe stringendo con una mano la balaustra del palco e con l’altra il polso saldo del nonno.
Un lampo illumina cielo e mare… sul telo si staglia l’ombra di un veliero lontano, che oscilla, guscio di noce nell’oceano ribollente… ecco dalle prime file della platea, sgombre dalle solite poltrone in velluto, inizia a mugghiare un mare di seta celeste verde grigio blu bianco che a mo’ di alta marea ascende verso il proscenio tra schianti di tuoni guizzi di fulmini raffiche di bora sferzante. All’avvicinarsi dell’ombra del vascello, voci s’odono (“Sono i marinai della nave?!”) che gridano “Forza forza o qui si cola a picco!…Ventaccio cane, soffia fino a scoppiare!…”. Beppe capisce che sono uomini in pericolo e in quel lampeggiare, in quello sciabordar di mare e ulular di vento realtà e finzione scenica sono un tutt’uno: il suo viso è proteso come il suo cuore in quel mare, in quel vento verso il ponte del veliero verso la ciurma verso gli uomini in pericolo di naufragio. Poi d’un tratto nel buio totale tutto tace (“Cosa mi fa più paura? Quegli scoppi e quel brontolio di tempesta o questo nulla privo d’ogni suono?”), ma da quel “nulla” si fa strada una voce di ragazza, Miranda, che esprime tutto il timore e la pietà provati pochi istanti prima dal bambino (“Ma mi legge nel cuore?!”) e la scena a poco a poco s’illumina, mostrando la giovane gentile e un vecchio, che Beppe capisce essere il padre di lei (“Ma è anche un gran mago, di sicuro… gli obbediscono venti e mare!”). Nel corso del dialogo tra i due l’attenzione del bambino s’allenta e s’assopisce come Miranda, la ragazza gentile, MA… A UN TRATTO al richiamo di Prospero –questo è il nome del vecchio- …ECCO dal cielo VOLA GIÙ a terra… una nuvola di tulle bianca impalpabile, la sfera candida vaporosa di un “soffione” di tarassaco, una bolla di schiuma e sapone fluttuante nell’aria e… PARLA SI LAMENTA RIDE ACCAREZZA PIANGE! Beppe non crede ai suoi occhi, ai suoi orecchi: la strana creatura volante si chiama ARIEL (“Il maschile di Arielle, la mia mamma!”)
Ed ecco che allora nel bambino accade il portento: da quel momento in poi Beppe è sì nel palco, in collo al nonno, ma contemporaneamente è là, sul palcoscenico, e vive la vicenda come la sua vita stessa: rabbrividisce alla vista dell’orrendo Calibano e dei suoi loschi intrighi per ritornare padrone dell’isola… ride di gusto alle schermaglie avvinazzate di Stefano il cantiniere e del giullare Trinculo (“Che nome buffo e sgangherato!”)… ravvisa in Ferdinando e Miranda, giovani e innamorati, i suoi genitori… intuisce la malignità e la perfidia di Antonio e di Sebastian (“Come Giuda…tutti e due!”)… ma, più di ogni altra cosa, è SEMPRE accanto ad Ariel e nel volare insieme ora, in cuor suo, apre le ali che son le sue braccia e plana ora veloce penetra nell’aria che gli sferza le guance ora diventa una candida nuvola un soffione una bolla di sapone fluttuante nello spazio ed è felice. Ha un unico cruccio Beppe: sebbene sempre sia accanto ai personaggi in scena, nessuno di questi lo vede né lo sente, è per loro invisibile inconsistente.
Così, legato alla poesia del gentil spirito aereo, Beppe percorre volando tutti e cinque gli atti. Giunto il finale, però, quando il magoProspero con tenerezza e affetto libera Ariel dalla sua servitù, quest’ultimo non se ne va via volando, bensì si cala dal proscenio, scende e muove i primi passi nel corridoio centrale in platea, poi, guardandosi intorno, in silenzio, esitante, lieve s’accomiata dal pubblico a destra… al centro…tutto tace… allarga le braccia volge lo sguardo saluta in alto… a sinistra…tutto tace…sta per spiccare la corsa, quando… “Addio, Ariel, addio!” una voce minuta di bimbo sussurra… Ariel si ferma e guarda là da dove è partito il saluto… stupore e tenerezza per tutto il teatro… l’ombra d’un sorriso … Ariel accarezza con lo sguardo il bambino (“Ha gli occhi azzurri della mia mamma!”)… abbozza un saluto (“Allora mi ha visto…io per lui esisto!!!”)… dischiude occhi braccia bocca gambe e corre leggero all’uscita, alla libertà ritrovata. Applausi applausi applausi.
MITI, alias MIriam TIcci

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