
- (Voce narrante) Dopo venti anni di nuovo qui, davanti alla casa dell’odio, dove i miei ricordi si scontrano, impazziscono e scoppiano nella mia mente. Il giorno che la lasciai ero sicura che non sarei mai ritornata.
Si apre il sipario e c’è solo una porta di legno consumata e di un colore indefinito nel mezzo del palcoscenico. Dal buio appare una donna con il cappotto rosso, si avvicina alla porta mentre (un faro la segue). Guarda con angoscia e rabbia la porta, cade in ginocchio e comincia a piangere. Si alza e con i pugni stretti e la testa bassa grida:
– Buttatela giù.
Torna il buio.
Passano pochi secondi e si accendono i fari. Dentro una stanza semibuia due bambine con vestiti sporchi e capelli arruffati stanno giocando su un letto matrimoniale, vecchio e scricchiolante.
- (Un faro accompagna la voce narrante) La casa della mia infanzia aveva i muri scrostati e la muffa negli angoli del soffitto. Le mattonelle del pavimento erano scheggiate in più punti. La mamma non puliva, spostava la polvere qua e là, diceva sempre. E l’odore dell’odio usciva da ogni angolo e riempiva l’aria. C’erano pochi mobili, due sedie e un vecchio tavolo traballante in un angolo della stanza, vicino al nulla e un lettone delimitato da una tenda scura e lurida. Davanti all’unica finestra c’era il fornello a kerosene. Le stoviglie erano dentro una scatola. Il bagno era fuori, dietro la casa, in un piccolo spazio sporco e maleodorante con un lavello che funzionava per lavare i piatti e noi.
Una donna sta vicino al fornello. Ha i capelli scuri e vestiti logori. Fissa la pentola sul fuoco. Due bambine sul lettone giocano con una piccola bambola di pezza.
- (Voce narrante) Lui era sempre via e nessuno aveva sue notizie. Quando tornava a casa le dava di santa ragione alla mamma e anche a me se mi trovava davanti, mentre cercavo inutilmente di proteggerla dalle sue mani luride. Lui ci odiava e noi odiavamo lui. Quando la picchiava dandole della ‘troia’ la mamma urlava a me e a mia sorella di nasconderci sotto il lettone. Se non fosse per la vicina, una donna corpulenta e rude, che lo mandava fuori di casa a calci lui non smetteva.
Dal buio esce una donna. E’ grossa con i capelli spettinati e raccolti alla meno peggio e ha addosso una salopette sporca di calcestruzzo.
– Ieri sera allo spaccio davano mezzo chilo di farina. Tu non c’eri e l’ho preso pure per te.
La donna alza la testa con fatica.
- Ti ha picchiata pure ieri sera? Quale era la scusa questa volta ?
Lei alza le spalle con indifferenza.
- Perché non te ne vai via?
- Mi troverà e mi ucciderà.
- Se non te ne vai ti ucciderà. Pensa alle bambine.
- (Voce narrante) Avevo dieci anni quando un giorno tornammo dalla scuola e la mamma non c’era.
- Nina hai visto la mamma? A casa non c’è.
- Sono tornata adesso. Andiamo da te e l’aspettiamo insieme.
- I tuoi hanno litigato di nuovo?
- Non lo so. Sono tanti giorni che non lo vediamo.
- Ora vado a preparare la cena e ve la porto.
Entra un uomo e le bambine di corsa si nascondono sotto il letto.
- Vostra madre se ne è andata via e non torna più. Inutile che vi nascondiate là sotto. Uscite subito. Vi ho portato un po’ di pane. Mangiate e zitte.
- (Voce narrante) Passò una settimana con la vicina che ogni tanto veniva a trovarci, ma nessuno voleva sapere realmente cosa fosse accaduto alla mamma. Erano disgraziati come noi e non volevano saperne dei guai altrui. Il lettone e sotto il lettone in quei tre giorni diventarono il nostro pianeta. Mangiavamo e dormivamo sul lettone e per il resto ci nascondevamo sotto per la paura che lui all’improvviso aprisse la porta ed entrasse.
Si apre la porta e entra una donna minuta con i capelli legati, un vestito pulito e una borsa da lavoro. (Le bambine stanno guardando da sotto il letto)
- Maestra! (Escono da sotto il letto)
- Bambine che sta succedendo? Perché non venite a scuola?
- La mamma ci ha lasciate.
- Che vuol dire? Come siete ridotte. Da quanti giorni non mangiate?
- La vicina ci porta qualcosa però non ci saziamo mai.
- State qui. Vado a fare la spesa e vi faccio qualcosa da mangiare.
Esce da casa e incontra la vicina.
- Buongiorno. Sono la maestra di Marta e Lia. Mancano da scuola da una settimana. Sa per caso cosa è successo alla loro madre?
- Quel bastardo di sicuro le ha fatto qualcosa. Io lavoro tutto il giorno. Ma quando torno le preparo qualcosa altrimenti muoiono di fame.
– Domani chiamerò l’assistente sociale. Nel frattempo le porterò a casa mia.
– Dio vi benedica. Io sono vedova e una semplice operaia e non ho tanti mezzi per poter sostenere anche le bambine altrui oltre la mia famiglia.
Cade il buio sul palcoscenico, si accende un faro sulla porta della casa delle bambine. Davanti ci sono la maestra, l’assistente sociale e due poliziotti.
- Che puzza! (Entrano per primo i due poliziotti e coprono il naso).
- Ho sentito anche l’altro giorno ma non ho fatto caso perché le condizioni delle bambine mi preoccupavano di più.
- Vai a chiamare il commissariato presto.
Esce un poliziotto di fretta da casa.
Appare dal fondo del palcoscenico una nuova scena.
Un giardino pieno di fiori e due bambine che stanno mangiando intorno a una tavola bandita.
- (Voce narrante) Dopo un periodo che vivemmo nell’orfanotrofio, un giorno l’assistente sociale ci portò da una signora con una bellissima casa, si chiamava Matilde. L’assistente sociale ci disse che era la nostra nuova madre. Anche se da quel giorno vivemmo in modo dignitoso, io e mia sorella non dimenticammo l’odore dell’odio che riempiva la nostra testa. Quel giorno
Quando ci portarono via, la polizia aveva rovistato tutta la casa e aveva trovato il corpo della mamma seppellito sotto il lettone alla meno peggio, dove mancavano le mattonelle. La sua tomba era diventata per tanti giorni il nostro rifugio.
Si spengono i fari. Dal buio appare una donna con il cappotto rosso, si avvicina alla porta mentre un bagliore la segue. Guarda con angoscia e rabbia la porta, cade in ginocchio e comincia a piangere. Si rialza. Con i pugni stretti e la testa bassa grida, “Buttatela giù”. (Torna il buio).
* E’ una storia vera accaduta subito dopo la Seconda Guerra Mondiale in una cittadina vicino Roma. Sono le storie che né il tempo né lo spazio riescono a evitare.
Manna Parsì

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