
Sono stato dove la sabbia non ha fine,
sono stato dove la sabbia vive,
sono stato dove la sabbia corre leggera,
dove la sabbia mangia e il sole divora.
Sono stato dove senti lo spessore del caldo,
dove il caldo ti entra nel sangue,
dove il caldo ti riempie la gola.
Sono stato dove i dromedari avanzano piano,
dove la gente cammina come cammelli,
dove la gente vive adagio
e cammina per strade di sabbia
accanto a carretti senza sponde.
Tra gente che non conosce né neve né nebbia,
tra gente che si spegne al tramonto
e convive con terribili onde
son stato.
Tra gente la cui fame placa degli squali la fame,
là dove esser poveri par quasi normale,
là dove un nostro povero è ricco
son stato;
e lì ho corso lungo incerte piste
e grovigli di fili di luce irregolare,
di fili che si perdono sull’orlo delle città,
delle città che son vicoli stretti
e sabbiose strade tra case di fango.
Ho visto vivere cosi che vivere non pare,
ho visto case non case, vie non vie.
Ho visto dove l’uomo bianco è solo leggenda,
dove il suo mondo è solo leggenda.
Là l’uomo non conta,
là comanda la sabbia,
laggiù regnan il vento e il sole.
Nel regno dell’azzurro son stato,
del bianco e del giallo.
Son stato là dove il verde è un caso,
laggiù dove l’uomo è un caso,
eppure li soltanto forse l’uomo ho scorto
com’era e com’è.
Roma,12/05/1988

Rispondi