Mi trovavo nei dintorni di Lucca e, quasi per caso, mi trovai a passare davanti a Villa Cristina.
Quanti ricordi di un tempo tanto ahimè lontano!
Quando a Lucca, frequentavo il liceo, una delle nostre compagne, Francesca, non appena i mandorli fiorivano, ci invitava a passare la domenica pomeriggio nella villa dove abitava con la famiglia, ad una decina di chilometri fuori città.
Villa Cristina appunto.
Noi, ragazzi e ragazze la raggiungevamo in bicicletta dopo un’allegra pedalata.
E là, nel vasto giardino che circondava la villa, trovavamo sempre, su un tavolo sotto un pergolato la merenda che la mamma della nostra ospite ci aveva preparato.
Panini, focaccine, pizzette, salatini, aranciate.
Niente alcool naturalmente.
Si metteva in funzione il giradischi e, ballando in quell’atmosfera, nascevano o si consolidavano le simpatie nate fra i banchi di scuola.
Francesca, sempre corteggiata da tutti i maschietti, di volta in volta, civettava un po’ con questo o un po’ con quello.
Anch’io, che per altro allora ero molto timido e non mi facevo mai troppo avanti, cominciavo a provare per lei qualcosa di più di una semplice simpatia.
Verso le sette e mezza veniva il momento dei saluti.
E pedalando allegramente in gruppo si ritornava alle nostre case, a riguardare o rifinire, dopo cena, le lezioni ed i compiti per il giorno dopo.
L’arrivo dell’estate ci disperdeva ma poi, se il tempo lo permetteva, quando si programmavano delle gite in bicicletta, spesso nell’itinerario includevamo Villa Cristina, dove Francesca sempre ci accoglieva con la consueta simpatia.
Dopo la maturità, Francesca si fidanzò, e nella primavera successiva convolò a nozze.
Al ricevimento che si tenne a villa Cristina invitò anche tutti noi, i compagni di classe dei cinque anni del liceo.
E fu un’altra giornata di allegria e spensieratezza.
Passarono gli anni, mi trasferii a Firenze e solo occasionalmente avevo sue notizie.
Un giorno però ebbi l’inaspettata notizia, che Francesca, come la Silvia del Leopardi, da crudo morbo combattuta e vinta, ancor giovane ci aveva lasciato.
Con nella mente tanti ricordi, davanti al cancello di Villa Cristina, fermai la macchina e discesi.
La villa era da tempo disabitata.
Il cancello era chiuso da una catena con lucchetto che, quando mi ci avvicinai per guardare all’interno cadde a terra trascinando con sé la catena.
Spinsi allora il cancello e entrai.
Il giardino che circondava la villa, una volta tanto curato, era completamente ricoperto di erbacce.
La villa stessa, con il portone sbarrato e le imposte desolatamente chiuse, dava un senso di degrado e abbandono.
Il pergolato non esisteva più.
Ne rammentava l’esistenza soltanto uno dei paletti che reggevano la rigogliosa volta di frasche.
Lo spiazzo sul quale ci eravamo cimentati ballando, nei primi adolescenziali abbracci, era invaso dall’erba cresciuta fra le connessure delle mattonelle.
All’improvviso mi sembrò che l’irreale silenzio che mi circondava fosse rotto da un crepitio di foglie calpestate da passi leggeri che lentamente avanzavano dietro di me.
Mi sembrò di percepire quel profumo che, tanto tempo prima, avevo imparato a riconoscere.
Mi voltai lentamente e, anche se abbagliato dai raggi del sole che filtrava fra il folto fogliame delle betulle, fui certo di riconoscere nell’eterea entità che avanzava verso di me, Francesca.
Francesca, non poteva essere che lei.
Era visione o realtà?
Feci un passo in avanti, per abbracciarla ma le mani tornarono deluse al mio petto.
La visione lentamente si dissolse.
Ricacciai le lacrime e, come un sonnambulo, ritrovai il cancello e risalito in macchina abbandonai per sempre Villa Cristina.

Avevo visto un fantasma, il fantasma della mia giovinezza, della mia spensieratezza, il fantasma di quel vago avvenir che in mente avevo.

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