WEN – VISIONE – Visione: le donne di El Kharga – Miriam Ticci

Due coppie di amici a giro per le strade di el-Kharga, l’oasi più meridionale nel Sahara Egizio, mentre si godono l’ennesima vacanza nella loro terra prediletta.

Patrizia,  Alfredo, avete dormito bene?”;  “Questo hotel di El-Kharga si chiama “Hamad Hallah Egyptian Turism Hotel” ovvero “Ringraziamo Hallah”, vero?” “Sì, perché?” “È così inefficiente e sporco che uscirne vivi senza prendere un herpes o una malattia venerea ti porta necessariamente a ringraziare Dio, nomen omen!”

Dai ragazzi, siamo in una delle zone più povere dell’Egitto…un po’ di sopportazione! Pensate a tutte le bellezze che ci godiamo!” “Giusto, Patrizia, abbiamo un paio di ore per curiosare da soli…usiamole bene.

Moglie mia, non direi proprio soli: questi due armadi, stile body-guards, non ci mollano un momento, in più ci segue passo passo anche un’auto della Polizia locale e tutto questo amorevole riguardo m’inquieta un po’; non ti fa la stessa impressione, Alfredo?.” “Un po’ sì, a dire il vero, c’è, però, un’ordinanza ministeriale e va rispettata; negli anni passati giravamo liberi con le nostre guide, le cose tuttavia cambiano e a volte peggiorano.

Ma guardate che palazzi moderni e che viali asfaltati e puliti…” “Patrizia, siamo nella parte settentrionale dell’oasi, quella moderna, mentre l’hotel “Accendiamo un cero a Hibis per non raccattare né herpes né peggio ancora” è nella parte sud-est, quella più antica…” “Che  c’entra Hibis?”Male, moglie mia e anche tu, Mirello! El-Kharga ai tempi di Alessandro il grande ed anche prima era chiamata dai Greci Hibis, perché sotto la protezione sacra di  Thoth, dio della scienza e della scrittura in forma di uccello hibis; ve li siete già scordati gli straordinari  bassorilievi del tempio che abbiamo visitato poco fa? È un dio importante, il suo regalo migliore agli uomini fu appunto la scrittura, li rese più sapienti, ma…continuarono ad essere sempre poco saggi!”  

Guardate, un parco pieno di alberi e prati…Non me lo sarei aspettato nell’oasi più meridionale del Sahara Egizio! Entriamo”. “Miriam, le vedi quelle giocatrici di pallavolo come si muovono agili sotto rete e in battuta, simili nell’agonismo in tutto e per tutto alle nostre, ma con  hijab[1] in testa e pantaloni lunghi.?! Forti!” Mirello e Alfredo in coro “Ma vuoi mettere le nostre pallavoliste in calzoncini e canotta!

Il tempo di osservare la scena e la partita è finita. “Patrizia, guarda, questa signora ci invita a sederci; che facciamo, Mirello?” “Io, col mio body-guard,  vado in cerca di un bar, ma, se a voi fa piacere rimanere, fatelo pure; io ritorno qui tra poco”. Miriam e l’altra coppia si siedono nelle poltrone messe a loro disposizione, mentre sul traguardo si dispongono una decina di atlete per una gara di corsa. “Guardate, donne, corsa femminile sul prato con tanto di  fazzoletto in testa e lungo kaftano! –commenta Alfredo- Però, scattano come palle di fucile queste ragazze! Quella no: è inciampata nella sua stessa gonna lunga e sta rotolando per terra come un birillo”. Le altre continuano fino alla meta, una specie di campana da toccare per poi aggirarla e in senso contrario ritornare al traguardo. Ecco, le prime tre classificate ricevono un premio e l’applauso del giudice di gara e dei presenti. Si riallinea sul traguardo un’altra batteria di atlete.

Patrizia, non ti pare che quella brunetta sulla linea del traguardo ci guardi sorridendo, come a dirci qualcosa?” “Certo Miriam; e con una mano ci fa cenno di avvicinarci a lei e…entrare in gara anche noi due!” “Patrizia?” “No Miriam, io no in ogni caso; ho ancora la ferita al piede e correre mi farebbe male. E tu?” Un attimo di esitazione, ma quegli occhi sono troppo gentili e invitanti…“Io…entro in gara, sarebbe scortesia non accettare”. Miriam, tolte le scarpe da città, a piedi nudi raggiunge le altre sul traguardo; dagli spalti si leva un boato di giubilo: la gara inaspettatamente si fa internazionale!

Accidenti, l’arbitro ha dato il via in lingua araba e io non ho capito; scatto solo ora che vedo muoversi davanti a me convulsamente il fondo schiena  delle altre donne in corsa. Per fortuna indosso pantaloni comodi…ecco due le ho superate, la terza riversa a terra la scavalco al volo, poi la quarta e la quinta…la sesta si elimina da sola catapultandosi con troppa foga sulla campana della meta e perdendo l’equilibrio…giro intorno alla meta dopo averla sfiorata e il cuore mi va a mille…eccoti qui bella brunetta, ti riconosco dal tuo hijab, tra me e te solo un’altra corridora (si può dire?) e davanti a te altre due concorrenti…supero l’atleta che mi precede, ma non ho più benzina, tu allora rallenti e tagliamo il traguardo insieme! Ci abbracciamo e in quell’abbraccio penso “Hai gli stessi lineamenti delicati di mia figlia!”. E qui avviene una cosa inattesa, bellissima: ogni spettatore si alza in piedi, applaude in nostro onore e sugli spalti prende vita una specie di onda che transcorre tutto lo stadio come un brivido di felicità: una, due tre volte per poi sfociare in un mare di applausi! Tutte le partecipanti alla gara vengono a stringermi la mano e mi dicono “Welcome, welcome, Madam; thank you, honored, pleased to meet you”; anche le altre signore fanno lo stesso e così pure i giudici di gara, che porgono il premio alla ragazza e a me,   quindi si rivolgono ai miei amici e salutano anche loro, un saluto vero non convenzionale, di genuino benvenuto. È per me un momento denso di gioia, uno molto speciale, di quelli in cui come in una visione ti sembra possibile che davvero avvenga il miracolo e gli uomini e le donne, finalmente saggi, si capiscano e si accettino senza diffidenze pur con le loro differenze culturali, religiose o politiche: un piccolo gesto reciproco e tutti ci siamo riconosciuti come parte della stessa umanità! Utopia, certo, ma ti riempie l’anima di sensazioni buone e ti fa migliore.

Ritorna Mirello e chiede “Ma cosa sta succedendo?” Alfredo tra l’ironico e lo scettico: “È scoppiata la pace mondiale!” Patrizia ride, ma appare commossa; saluti a tutti, un’occhiata affettuosa a colei da cui tutto è iniziato e le due coppie ripartono per la passeggiata nell’oasi di el-Kharga.

Màriam, Màriam!” “Chi mi chiama? Ah, sono le nostre guide Mamdouh e Mahmoud , che fumano la š?ša [2] seduti ad un tavolino di un bar: è il grande boss Mam, che chiama me, poiché in Egitto il mio nome è molto comune, quindi è quello che ricorda meglio.”  

Le due coppie di turisti si siedono al tavolo delle guide, dove Mam generosamente vuole offrire da bere a tutta la comitiva; Miriam pensa “È l’ennesimo caffè turco che bevo anche oggi, ma non mi rende affatto nervosa: riassaporo i momenti nel parco con tutto il mio animo e con tutta la bocca il gusto del caffè col cardamomo e al diavolo se il vetro del bicchiere non è fresco di bucato”.

Tranquillamente tutti e sei parlano tra loro: inglese arabo italiano; sorseggiano e fumano e parlano, parlano e fumano e sorseggiano in santa pace; cielo scuro chiare voci, verdi palme luce dei lampioni dorata; dolcemente cala la sera, dolcissimamente.

di Miriam Ticci


[1] Hijab: la parola, che significa “celare allo sguardo”, indica il velo islamico, che copre la testa, lasciando scoperto il viso; è composto tecnicamente di due parti: la cuffia che tiene raccolti e fermi i capelli e il velo che viene appoggiato su di essa e può essere legato sotto il mento, avvolto intorno al collo o lasciato ricadere liberamente sul corpo.

[2] shi-sha: il nome š?ša (pronunciato “sciscia”) deriva dal Turco e significa “bottiglia/vetro”; questo apparecchio da fumo è chiamato anche narghilè e produce un fumo con minor quantità di nicotina rispetto alla sigaretta o alla pipa.

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