WEN – VISIONI – Le allucinazioni del re – Luigi De Rosa

Teodorico cavalcava al fianco del suo re, limitandosi a stare di qualche passo indietro per lasciare Alarico alla testa dell’esercito di Visigoti.
Il primo vero re del loro popolo li aveva guidati contro il più grande impero del mondo, Roma, ed erano riusciti ad espugnarla e a saccheggiarla. Per tre giorni avevano devastato la città senza che l’Imperatore Onorio, trincerato a Ravenna con le sue galline, avesse fatto niente per scacciarli. Se n’erano andati come erano giunti: travolgendo ogni cosa sul loro cammino. E quel cammino ora li stava portando verso sud, in direzione della Sicilia. Un’intera isola piena di risorse e ricchezze da depredare.
Giunti sulla punta più estrema della penisola, Alarico ordinò all’esercito di fermarsi. Avevano marciato a lungo e ora dovevano riposarsi, soprattutto per via del peso del ricco bottino sottratto alla capitale dell’Impero.
<Manda gli uomini a tagliare legna. Voglio che le navi vengano costruite il prima possibile. Quell’isola ci attende, e non dobbiamo deluderla>
Teodoro era sul punto di dare ordini in proposito, quando udì Alarico parlare ancora una volta. <Sì ti vedo>
Teodorico si voltò. Alarico si era diretto verso la spiaggia e ora parlava da solo con i piedi immersi nell’acqua. Lontano era possibile vedere la Sicilia, così vicina ma anche così lontana per un popolo come il loro non abituato a confrontarsi con il mare.
<Avvicinala, così i miei uomini potranno raggiungerla con poche bracciate a nuoto> sentì dire al suo re, ma era da solo. Non c’erano altri uomini o donne vicino a lui.
<Alarico, mio re, con chi stai parlando?> disse Teodorico avvicinandosi alla sua posizione.
Ma Alarico si voltò di scattò e lo fulminò con lo sguardo. <Zitto! Non vedi che sto parlando con Lei?! Ci sta consegnando la Sicilia. La sta facendo avvicinare per me. Le navi non ci servono più. Gli dèi ci sono favorevoli Teodorico>
Il visigoto sbiancò. Stava succedendo di nuovo. Proprio come ad Atene.
<Alarico, l’isola è laggiù e da lì non si può spostare. Ordinerò agli uomini di abbattere tutti gli alberi della zona se necessario: con tante navi invadere la Sicilia sarà più semplice dell’assedio di Roma>
Nel sentire quelle parole, Alarico estrasse la spada e la puntò contro il suo amico. <Sei uno stupido Teodorico. Non lo vedi? L’Isola è qui davanti ora, la Maga dello Stretto ha avvicinato l’isola perché potessimo arrivarci a nuoto. Non ci servono più le navi>
Alarico puntò la spada verso il suo esercito. <Uomini! La Sicilia è a pochi passi da noi. Seguitemi, ed espugniamola come abbiamo fatto con Roma!>
E dette quelle parole il re dei Visigoti si tuffò in acqua e iniziò a nuotare in mare aperto, tra le facce stupefatte del suo esercito che stava montando l’accampamento.
Agilulfo, uno dei consiglieri di Alarico, vide Teodorico e cavalcò verso di lui.
<Che cosa sta facendo? Perché si è gettato in mare?>
<Sta succedendo di nuovo Agilulfo. Proprio come ad Atene, quando siamo riusciti ad entrare in città>
Il viso di Agilulfo da rosso per la fatica si fece bianco per la paura. <No. Non di nuovo. Chi altri ha visto questa volta?>
Teodorico alzò le braccia per poi farle ricadere lungo i fianchi. <Ha parlato di una maga delle acque che ha avvicinato la Sicilia alla nostra costa. Non capisco se si tratta anche questa di una divinità del luogo>
Teodorico e Agilulfo si guardarono rassegnati.
Anni prima, quando Alarico era in guerra con l’Impero d’Oriente, aveva assaltato la Grecia e la Macedonia, espugnando una città dopo l’altra. Solo una si era salvata dalla catastrofe: Atene.
L’antica città di Pericle e Aristotele non voleva cedere all’assedio dell’esercito visigoto, e Alarico aveva dovuto catturare la città per fame occupando il suo immenso porto, il Pireo. Ma una volta entrato in città, Teodorico aveva visto il suo re parlare al vento, spaventato e soggiogato, decisamente non il comportamento abituale di un vincitore. Inizialmente lui e Agilulfo avevano pensato che fosse rimasto affascinato dalla bellezza della città, molto diversa da quelle che avevano conquistato negli anni precedenti, ma Alarico aveva ordinato ai suoi di non saccheggiarla, dicendo che gli dèi di Atene, Minerva e Achille, gli si erano mostrati per fermarlo.
Per poco l’esercito non si era ribellato, ma Alarico aveva spostato l’attenzione dei suoi soldati scatenandosi contro altre città, come Sparta. Le persone più vicine al sovrano si erano chieste se la mente di Alarico, provata dalle numerose battaglie e da marcie forzate continue, non avesse avuto un cedimento. Ed era quello che Teodorico e Agilulfo stavano pensando in quel momento.
<Soldati, raggiungete il re e riportatelo a riva. Subito!> urlò Agilulfo verso l’accampamento. Ma mentre alcuni soldati si erano gettati verso la riva del mare, Teodorico notò che la figura del re era scomparsa.
<Non c’è più. Il re è scomparso! Dov’è il re?>


Il professore si era accorto che uno dei suoi studenti aveva alzato la mano. <Sì?>
<Professore, lei quindi ci sta dicendo che il re barbaro che sarebbe morto a causa dell’illusione ottica nota come “Fata Morgana” sarebbe Alarico, il Re dei Visigoti che saccheggiò Roma nel 410?>
Il professore sorrise e incrociò le braccia. <E’ una possibilità>
<Ma è storicamente accertato che Alarico morì più a nord dello Stretto di Messina. Presso Cosenza, dopo che una tempesta aveva distrutto le navi con cui voleva invadere la Sicilia>
<Ed è qui che ti devo fermare. Secondo lo storico cristiano Orosio ci fu una tempesta, mentre per l’autore pagano Olimpiodoro Alarico fu fermato da una statua. Noi non sappiamo precisamente perché Alarico si diresse a nord, e non sappiamo nemmeno perché è morto in quanto l’unica cosa che ci è stata riportata è che il re visigoto morì improvvisamente per una malattia non specificata, e che molti schiavi furono uccisi dopo la sua morte per nascondere il luogo della sepoltura>
<Quindi la sua teoria è che Alarico era affetto da allucinazioni, le quali lo avrebbero fermato ad Atene e reso vulnerabile all’inganno della Fata Morgana, che lo avrebbe portato a morire annegato nelle acque dello Stretto di Messina, e che tutta la tradizione successiva sarebbe solo una copertura?>
Il professore sorrise. <E’ qui che ti volevo. Si tratta solo di una teoria, che tuttavia dovrebbe insegnarvi molte cose>
<Tipo?>
<Per esempio che le malattie che colpiscono il cervello esistono da molto prima che fossero diagnosticate. Oppure di non credere a tutto quello che viene riportato, ma di indagare più a fondo per scoprire la verità. O ancora, questa storia può insegnarvi ad avere un po’ di immaginazione. A voi la scelta>

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