Non ci sono molte cose nel carrello. Alla fine ho deciso che bastava così. La coda avanza verso la cassa in maniera decisa. La prima visione reale mi sovviene nel notare che per sbadataggine non ho la mia borsa da tracolla che serve per il pagamento. <Non me lo dire> dico con una voce che vuole rimproverarmi per la dimenticanza. Lei invece di borse né ha anche troppe. Le organizza sul carrello in modo utile. Mi ha sentito. Mi guarda e capisce il mio sgomento. <Vai pure dice…al tuo carrello ci penso io…> I suoi occhi sono seminascosti da una frangia di capelli che delimita come un ellisse la sua faccia. Sorride compiacente. E’ una tenerezza inaspettata. Corro veloce fuori per recuperare la borsa.
Il sole riscalda l’abitacolo della mia auto. Sono fermo nel piazzale antistante il supermercato. L’ho salutata, poco prima, con un semplice <Grazie e arrivederci> a cui lei ha risposto. La luminosità e la leggera calura irradiano un piacevole torpore a cui mi abbandono con pensieri e immagini che prendono forma in una visione che viaggia nel tempo.
“La disperazione si trova in quel sottosuolo di metropolitana dove sono ammassate centinaia di persone. Distese di coperte e oggetti personali lungo il marciapiede di un binario che resta vuoto da molti giorni. Scendo lentamente per la lunga scala che conduce a quell’inferno di libertà estorta con la paura e la violenza. I primi si avvicinano fiduciosi in quanto, con molta fatica, ho portato fin laggiù un carrello su ruote pieno di cibo e medicine. Li prego di servirsi da soli. Non sono in grado di accontentarli tutti. Ma li lascio fare. I loro volti sono stanchi, gli occhi rossi insonni hanno ancora qualche traccia di lacrima inaridita sulla loro apparenza ancora di dignità e fierezza di un popolo. Mi salutano. Mi abbracciano. Gesti che colmano la lacuna della comprensione di quella lingua. Con un sorriso condivido i loro saluti finché tutto non è stato preso. Anche io mi sento fiero. Scruto ancora una volta quell’informe massa e mi colpisce una ragazza che si sta pettinando da seduta. Quotidianità di un’esistenza normale scomparsa. Non sono sicuro ma da lontano mi ricorda qualcuno. Spingo il carrello vuoto in quella direzione. La testa chinata sotto la spazzola che liscia quei capelli ricci. Si alza in piedi. E’ lei. Ci siamo già incontrati. Abbiamo già avuto un carrello in comune a cui guardare. Mi stringe la mano e ancora una volta non vedo il suo viso per intero. Va bene lo stesso. Riempiamo il carrello di tutti i suoi vestiti e oggetti personali <Adesso ci pensiamo insieme…> dice. Lo spingiamo verso l’uscita da quel tunnel maledetto, da quella disperazione, verso quel sole che intravediamo alla fine, in lontananza, sempre più vicino, senza perdere un attimo, con un passo cadenzato come il battito dei nostri cuori, per riconquistare quella gioia che ci ha portato via la guerra.”

di Fausto Meoli

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